Pagina per Luca, in Roma. L’impero per immagini, Istituto Centrale per la Grafica, Palazzo Poli, Roma, 27 marzo – 3 maggio 2015

Luca Campigotto ama la poesia, e certo ponendosi di fronte ai monumenti della romanità ha scelto di distillare prima di tutto una condizione affettiva, il senso di un’esperienza singolare e irripetibile, condividendo con i vagabondaggi romani di Petrarca “spazioso prospetto, silenzio ed amica solitudine”.

Campigotto, Colosseo

Campigotto, Colosseo

È, questa, d’altronde l’unica chiave per sottrarre questi luoghi dalla gromma stratificatissima di sguardi en touriste, di stereotipizzazioni variamente consapevoli, che proprio la loro importanza storica ha accumulato sino a farsene assediare.

Campigotto non agisce raffreddando il proprio sguardo in distanza documentaristica. Men che meno si fa coinvolgere da retoriche rovinistiche. È ben vero, con Chateaubriand, che “tutti gli uomini hanno una segreta attrazione per le rovine”, e che, per citare la frase celeberrima di Francesco Albertini, 1510, “nam quanta Roma fuit ipsa ruina docet”: ma ritrovare una condizione sorgiva di stupore, che la memoria e la cultura (e con esse la filigrana mitica, e i trascorrimenti fantastici possibili) alimentino ma non circoscrivano, è ragione diversa di visione, che con rigore difficile l’autore filtra all’essenza.

Dunque Campigotto si inerpica sulla montagna dei saputi, delle memorie e degli stereotipi sino a non vedere null’altro che ciò che lo sguardo nudo definisce e risentire l’emozione asciutta e potente di quell’incontro, ultimo e primo insieme. Che è, il viaggio svolgendosi nell’idea di Roma, l’incontro con la bellezza per antonomasia, mentre l’intelletto ragiona sul fatto che proprio queste sono le matrici della nostra stessa idea di bellezza.

Campigotto, Acquedotto di Los Milagros, Mérida

Campigotto, Acquedotto di Los Milagros, Mérida

Egli si pone, solo, di fronte ai monumenti, anch’essi solitari e straniati in una condizione luminosa non ordinaria. La sua scommessa è lo scarto brusco – ma appartato, silenzioso, non declamato – dalla burocrazia del rappresentare, così come dall’esibizione della meraviglia da fattoide estetico cui siamo adusi.

Altra è la maraviglia di cui è in cerca, che gli si manifesta nel tempo concentratissimo dell’esperienza dello sguardo, nel tempo separato dello scrutinio, dello scatto, dell’elaborazione in cui, dantescamente, “con lo intelletto vedere”: all’incrocio tra la storicità tramata di segni e narrazioni coagulata, ma ancor viva, nel documento e la straordinaria intensificazione del suo stesso sapersi esistere, in quel luogo, in quel momento.

“La fotografia è la mia macchina del tempo”, ha scritto Campigotto. A patto di ben intendere che il suo è lo sguardo altro di un altro tempo, quello della soggettività che egli mette in gioco ad ogni tappa del suo viaggiare teoricamente illimite perché egli sa bene, con Juan Ramón Jiménez, che “lo infinito / está dentro”.