Il mito dell’antico, in “Amadeus”, 303, Milano, febbraio 2015

Il neoclassicismo e la vera e propria moda seguita alla scoperta di Ercolano e Pompei rendono familiari sin dalla seconda metà del ‘700 le antichità greche e romane. Goethe racconta che nel 1787, durante il suo soggiorno a Napoli, a casa dell’ambasciatore William Hamilton può assistere ai “tableaux vivants” in cui la moglie Emma riproduce pitture e sculture antiche: “L’ha abbigliata alla greca, con un costume che la veste in modo ammirevole; ella poi si scioglie la chioma e, servendosi di un paio di scialli, continua a mutar pose, gesti, espressioni, eccetera, tanto che alla fine pare davvero di sognare. Si vede qui nella sua forma definitiva ciò che migliaia di artisti avrebbero desiderato creare”, la bellezza dell’arte che s’identifica di nuovo nella vita.

Circa un secolo dopo la ventata dell’antico soffia su tutte le arti. Nelle accademie si insegna un’arte i cui soggetti sono talmente rivolti al passato che la presenza costante di personaggi con elmo e armatura, bardati come i pompieri ottocenteschi, induce a coniare il termine insieme ironico e polemico di “art pompier”.

Reutlinger, Régina Badet, c. 1910

Reutlinger, Régina Badet, c. 1910

Scene di vita greca e romana abitano le pitture di autori come Lawrence Alma-Tadema e Théodore Chasseriau anche per un altro motivo: esse consentono, un po’ come accade alle visioni orientali care a Ingres, di trattare il tema del nudo entro la cornice di un’autorevolezza culturale che nessun benpensante possa permettersi di mettere in discussione. Sono poi la pittura e la scultura a fare da garanti alle numerose trasposizioni sceniche che diventano un vero e proprio genere: alla grande Expo parigina del 1900 il padiglione dedicato ai tableaux vivants è tra i più frequentati.

Non è un caso che anche il mondo delle avanguardie innovatrici guardi con attenzione a queste pratiche in cui le arti plastiche e quelle della scena possono trovare una sintesi ulteriore. Isadora Duncan studia al Louvre le collezioni di vasi antichi e rinnova i fasti di Emma Hamilton in una serie di fotografie, che, racconta lei stessa, le scatta il fratello Raymond, traendone lo spunto per le sue performances di danza.

Al classico guardano pittori simbolisti come Gustave Moreau, Pierre Puvis de Chavannes e Arnold Böcklin. Erik Satie nel 1888 compone le Gymnopédies, danze di efebi nudi dell’antica Sparta, e nel 1902 l’editore d’arte Ambroise Vollard pubblica Daphnis et Chloé di Longo Sofista con le illustrazioni di Pierre Bonnard.

Olga Desmond, Posa plastica, c. 1910

Olga Desmond, Posa plastica, c. 1910

D’altronde nel 1894 si tiene il congresso olimpico che due anni dopo sfocerà nelle prime Olimpiadi moderne ad Atene, e Arthur Evans nel 1900 inizia a scavare il palazzo di Cnosso a Creta, destando grande scalpore nella cultura internazionale. Stilisti come Jacques Doucet e Paul Poiret aboliscono l’armatura dei vestiti femminili ripensando la morbidezza degli abbigliamenti antichi e orientali, e intorno al 1907 Mariano Fortuny presenta la veste Delphos, ispirata al panneggio sottile e aderente dell’Auriga di Delfi, affine agli abbigliamenti cari alla Duncan e fedele a quanto predicava Johann Joachim Winckelmann, il vero riscopritore dell’arte greca, quando sottolineava che il panneggio greco aderisce al corpo come fosse bagnato “lasciando vedere il nudo, come tutti gli artisti sanno”.

Anche un’altra grande danzatrice, Régina Badet, étoile dell’Opéra-Comique parigina, fa dell’immaginario greco il proprio cavallo di battaglia sotto la guida della coreografa Madame Mariquita, la quale dichiara apertamente di ispirarsi all’arte greca studiata nei musei. Al perfetto incrocio tra letteratura, musica e spettacolo, Badet trionfa nel 1906 in Aphrodite, musica di Camille Erlanger, che Luis de Gramont trae da un celebre racconto del 1896 di Pierre Louÿs.

Dal canto suo Olga Desmond, modella e attrice, nel 1908 inizia a organizzare a Berlino le Schönheits-Abende, “serate della bellezza” in cui i suoi Lebende Bilwerke, sculture viventi, consistono in pose scultoree d’ispirazione classica in cui il corpo nudo dell’interprete è truccato in bianco, con perfetto effetto marmoreo.

Il 1894 è l’anno del congresso olimpico ma anche quello di un altro evento cruciale. Il 22 dicembre si esegue alla Société Nationale de Musique il poema sinfonico Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy, ispirato al poema L’après-midi d’un faune di Stéphane Mallarmé, 1876, a sua volta suggerito dal dipinto Pan et Syrinx di François Boucher.

Adolf de Meyer, da Sur le Prélude à l'après-midi d'un faune, 1914

Adolf de Meyer, da Sur le Prélude à l’après-midi d’un faune, 1914

Il mito dell’antico entra nell’arte contemporanea. Ciò diviene evidente quando, il 29 maggio 1912, Vaslav Nijinski porta L’après-midi d’un faune sul palcoscenico del Théâtre du Châtelet di Parigi per i Ballets Russes, con scene e costumi di Léon Bakst. Pochi giorni prima era stata la volta di Hélène de Sparte con la grande Ida Rubinstein, e subito dopo andrà in scena anche Daphnis et Chloé, su musiche di Maurice Ravel.

Per Bakst sono cruciali le singole pose, ispirate dalla pittura ceramica greca e che ripensano la vicenda tutta delle attitudes d’ascendente classico. Le figure appaiono frontali allo spettatore e compiono movimenti laterali, restituendo la ieraticità dell’arte antica. D’altronde già in Cléopâtre, 1908, i Ballets Russes avevano utilizzato l’espediente del volto di profilo con spalle frontali secondo lo schema della pittura egizia.