DEM. Danese e Meneguzzo, pionieri, in “La Ceramica”, 23, Milano, dicembre 2014

Alla fine del 1953 Franco Meneguzzo, che nella natale Valdagno ha scoperto la propria vocazione pittorica e scultorea attraverso la ceramica, si trasferisce a Milano. Alle spalle ha già una mostra personale, alla Galleria del Calibano di Vicenza, in cui i suoi colorismi accesi e il complessivo sovratono espressivo hanno suscitato perplessità tra i cultori del ben decorare.

Meneguzzo, Ciotole, 1956

Meneguzzo, Ciotole, 1956

Il problema di Meneguzzo, però, non è farsi solo buon artigiano innalzato: ad altro ambisce, a una pratica dell’arte che non si faccia comprimere, e deprimere, dagli statuti disciplinari, ma si aggiri libera nei territori d’integrazione dei quali molto si dibatte in quel tempo.

Nel 1949 una delle prime committenze, a Valdagno, gli era venuta da un giovane acuto e, la sua parte, visionario, Bruno Danese. Entrambi a Milano, i due decidono di avviare un esperimento produttivo che, breve nel suo svolgimento temporale, fissa un punto di non ritorno nella vicenda italiana della ceramica e del design.

Nel 1955 nasce così la DEM, con sede in via Coni Zugna 11 e forno a Dergano, nella periferia nord della città. Il progetto è di affiancare ai pezzi unici una produzione in piccola serie ad alto gradiente di elaborazione concettuale e formale, oltre che, naturalmente, di sperimentazione. Danese incarna l’anima imprenditoriale, Meneguzzo quella creativa, e l’intesa matura sia sul piano di un retroterra comune di cultura sia su quello della consapevolezza che rendere moderna la cultura ceramica è ripensarla in ogni suo aspetto, non solo in quello tecnico e stilistico.

Meneguzzo viene da un’attenzione vorace a quanto il dibattito artistico va maturando. Non solo la possibilità di un’astrazione di marca organica che trovi la propria via tra il prevalente figurare stilizzato, con venature forti d’espressivo, e il concretismo predicato da Bill e compagni. Insofferente alle rules and regulations dell’accademismo ceramico così come del pittorico, egli è continuamente tentato dalle aree di interferenza e di contaminazione, dalla schiusura di possibili operativi ulteriori.

Meneguzzo, Vasi, 1956

Meneguzzo, Vasi, 1956

Prende a intendere l’arte ceramica mirando a delucidare il punto genetico in cui non è questione di formare puro e di decorare, ma di un avvenimento plastico complesso. Se il plasticare orienta al pezzo unico, la forma a colaggio e la chamotte consentono, con gli opportuni caveat, la serie, ancorché non illimitata, e un’idea non ovvia di corpo. Se l’aggirarsi intorno alla forma data – ciotola, vassoio, vaso – può dar per scontata la funzione e farsi campo di produzione di senso, soprattutto nel saggiare qualità e temperature cromatiche, la piastra è già insieme scultura e pittura: e la superficie variamente consistente campo per evolvere verso una declinazione autre del segnare che contiene in sé semi del calligrafismo astratto e insieme spinte a un’effusione emotivamente incandescente.

La personale dell’artista alla Galleria dell’Ariete, Milano, 1956, ove un bassorilievo drammatico e fratto come Marcinelle è testimone anche della tensione civile dell’artista, mostra quale intendimento della superficie come campo complesso e concitato di accadimenti plastici e pittorici sia in gioco.

Molto producono, insieme, Danese e Meneguzzo, molto sperimentano. Anche quando, nel 1957, la società si scioglie, l’artista continua sino al 1963 a collaborare con l’amico che nel frattempo ha compreso di voler essere, primariamente, “editore di design”.

Il 1957 è l’anno dei contenitori in ferro di Enzo Mari, e dell’avvio delle invenzioni plurime di Bruno Munari per Danese. Entra in gioco il primato del pensiero della forma, ora, d’un produrre che possa pianamente declinare la qualità nella serie, e la ricerca ceramica, per quanto ardita, si ritrova subito eccentrica in quanto ineludibile esperienza fisica della forma.

Meneguzzo, Vaso, 1957

Meneguzzo, Vaso, 1957

A ben vedere, nelle ceramiche che l’artista concepisce e realizza si avverte sempre nitida una dimensione d’intima monumentalità, di presenza del corpo allo spazio che tende a trascendere la mera dimensione oggettuale. Meneguzzo non pensa cose: pensa forme e superfici di forme, e quando vi scava i propri solchi frementi è ben lontano da qualsiasi filigrana che possa dirsi ordinariamente decorativa.

È la stagione, anche, in cui Meneguzzo prende ad auscultare più intensamente i propri talenti complessivi d’artista, e dunque ad avvertire come meno urgente la questione dell’essere e sentirsi ceramista, che in sé e per sé mai l’ha veramente appassionato.

La vicenda di DEM, dalla cronologia assai breve, assume allo sguardo retrospettivo una valenza fondativa di primaria importanza. Per la storia di un artista, Meneguzzo, che fa della ceramica il laboratorio primo dell’identificazione della propria identità espressiva, dispiegandone precocemente il potenziale e avviandolo verso una maturità importante. E per la storia tutta del design italiano, che trova in Danese colui che comprende che, prima che di made in Italy, è questione di pensiero, di concezione, di approccio, di distillazione ineludibile della qualità.

Ancora una volta, il design nascente si mostra debitore della cultura ceramica assai più di quanto il manierismo della “cultura del progetto” voglia ammettere.