L’universalità di Ulisse, in “Amadeus”, 302, Milano, gennaio 2015

Dopo la reinvenzione del personaggio di Ulisse da parte di Dante, l’eroe omerico assurge rapidamente a grande figura della coscienza europea, assumendo una coloritura di universalità che tuttora rimane ben viva.

La pittura, non meno della letteratura che continuamente la ispira, ne fa uno dei temi prediletti. La materia prima non manca. La grande impresa umanistica che fa rivivere la cultura greca ha nell’Odissea una delle proprie stelle fisse: nel 1510 Raffaele Maffei ne pubblica una prima versione in latino, seguita nel 1538 da quella classica di Andrea Divo, che conosce ben presto un successo europeo. Simon Schaidenreissers la traduce in tedesco nel 1537, Gonçalo Perez nel 1562 in lingua spagnola, Lodovico Dolce ne pubblica una versione italiana illustrata da xilografie che esce nel 1573, George Chapman la volge in inglese ai primi del ‘600.

Rubens, Ulisse nell'isola dei Feaci, 1630-1635

Rubens, Ulisse nell’isola dei Feaci, 1630-1635

Il ‘600, erede della grande stagione manierista in cui Omero è ben presente, è il secolo delle grandi inquietudini intellettuali e del trionfo della forma visiva. Il patrimonio di temi e figure dell’Odissea nutre la nuova fioritura pittorica.

A introdurre il secolo è l’impresa colossale degli affreschi di Annibale Carracci in Palazzo Farnese a Roma, ove Ulisse appare nelle scene del Camerino d’Ercole. Nella Galleria invece protagonista è Polifemo, che viene presentato però secondo la narrazione ovidiana del suo amore non corrisposto per Galatea – come sarà, nel 1612, nel poema di Góngora, e circa un secolo dopo, nella serenata di Haendel – piuttosto che in riferimento testo omerico.

È con un altro grande emiliano, il Guercino, che Omero torna protagonista. Le sue memorabili Storie di Ulisse, dipinte tra il 1615 e il 1617 per Bartolomeo Pannini a Cento, immergono l’ispirazione classica nel paesaggio naturale, facendone, se non il protagonista assoluto, certo una sorta di deuteragonista delle avventure del grande viaggiatore.

Bottani, Atena rivela Itaca a Ulisse, 1775

Bottani, Atena rivela Itaca a Ulisse, 1775

Da quel momento in poi il turgore visivo del barocco esplora quasi sistematicamente questa duplicità. “La natura nella quale Guercino e i suoi immergono le scene dell’Odissea si fa immensa nei dipinti di Rubens, di Poussin e di Giuseppe Bottani, oppure lussureggiante ed esotica in quelli di Hendrik van Balen, Joos de Momper e Jan Brueghel il Vecchio”, ci ricorda Pietro Boitani nella recentissima Odissea curata  per Utet Grandi Opere.

La memoria del classico e la nuova dimensione del naturale si saldano in una sintesi perfetta e nuova. Nel frattempo si fa strada una riflessione sempre più sottile su Ulisse come incarnazione simbolica del vivere umano, travolto da forze che paiono sovrastarlo, tentato dalle malie femminili di Circe, di Calipso, delle Sirene – il che consente agli artisti apprezzate esibizioni virtuosistiche di nudo – così come dalla grazia verginale di Nausicaa, ma cui la fedeltà incrollabile di Penelope indica la via.

La letteratura e la musica precorrono un tragitto parallelo. Lope de Vega pubblica nel 1624 il poema La Circe, e La Fontaine nel 1693 Les Compagnons d’Ulysse. Nel mezzo si colloca un’intensa stagione veneziana, quella che vede la rappresentazione, nel 1641, de Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, il massimo omaggio reso dal teatro musicale al poema omerico.

Autore del libretto è Giacomo Badoaro, che pochi anni dopo mette in scena anche L’Ulisse errante musicato da Francesco Sacrati, proprio mentre ottiene vivo successo tra i lettori La peripezia d’Ulisse overo La casta Penelope di Federico Malipiero.

Quello di Ulisse è ormai un mito che si stratifica nei secoli, pronto ad aprirsi alla modernità. Italo Calvino scriverà: “Se leggo l’Odissea leggo il testo d’Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d’Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni”. In fondo, non è così importante. Dentro ognuno di noi Ulisse parla, figlio di tutte le parole e di tutte le immagini che ce lo hanno consegnato.

Bob Wilson, Monteverdi, Il ritorno di Ulisse in patria, 2011

Bob Wilson, Monteverdi, Il ritorno di Ulisse in patria, 2011

Proprio alla grande arte secentesca si è ispirato il massimo interprete contemporaneo del mito di Ulisse, Bob Wilson, chiamato nel 2011 dalla Scala e dall’Opéra National de Paris a mettere in scena Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi.

La suggestione omerica è centrale, per lui, e nel 2012 lo ha portato anche a dare anche una memorabile Odyssey teatrale ad Atene.

Il suo Ulisse è, prima di tutto, un mood luminoso. Ovvero, è un pensiero fantasticante, una memoria, una stratificazione climatica delle mille visioni che la nostra coscienza conserva dell’epopea omerica. È, in particolare, una sequenza di tableaux in cui la frammentazione lenticolare dei movimenti agisce come sospensione del tempo, conferendo alla visione un’intensità e una durata psicologica assolute, una ieraticità in cui lievitano umori e retrogusti simbolici.

Wilson sceglie di partire proprio da una citazione di Le printemps di Poussin, autore tra l’altro nel 1649 di un memorabile Paysage avec Polyphème: Poussin, cioè il filtro e la padronanza intellettuale assoluta, la chiave simbolica e il dominio dell’idea nel trattare le storie. È una dichiarazione di poetica, un portare allo scoperto il codice della finzione scenica nella sua sorellanza con la pittorica, e farne il materiale primario stesso della visione.