La street art è da best seller, in “Il Giornale dell’Arte”, 349, Torino, gennaio 2015

Arturo Pérez-Reverte non è nuovo alle storie dell’arte: La tavola fiamminga e Il pittore di battaglie sono due capisaldi della sua copiosa vicenda editoriale.

Arturo Pérez-Reverte

Arturo Pérez-Reverte

Ora ecco Il cecchino paziente (Rizzoli), ambientato nel mondo dei writers tra Spagna, Portogallo e Italia, con finale a sorpresa nel ventre di  Napoli. Ormai la street art non è proprio una novità, visto che i primi graffiti urbani hanno circa quarant’anni e il memorabile Subway Art di Martha Cooper e Henry Chalfant ne compie trenta. Quindi Pérez-Reverte la considera giustamente abbastanza pop da farne uno scenario intelligibile per la sua vicenda: che è quella di Sniper, una sorta di Banksy in versione acida, e Lex, strapagata studiosa specialista del genere che gira per mezza Europa con l’incarico di scoprirne l’identità e proporgli un contratto da nuova star artistica.

Il tutto è trattato in modo credibile, giocato sull’ambiguità tra antagonismo radicale e tentazioni di carriera dei writers, il cui lavoro ha liturgie ineludibili e meno bizzarre di quanto appaia. E il congegno narrativo, per cui il cecchino paziente sembra l’artista e invece è la morte che lo attende al varco, funziona in modo perfetto, forte di una scrittura à la Dumas senza fighetterie letterarie, sontuosa e dalla retorica sapiente.

Certo, Pérez-Reverte ha due difetti insanabili agli occhi dei letterati superciliosi, una facilità di scrittura indisponente e successi di vendite tali da renderlo antipatico a coloro che, ironizzava John Glassco, scrivono per farsi leggere da “qualche dozzina di persone impegnate a fare la stessa cosa”.

Ma è uno scrittore superbo, uno che, davvero, racconta. Quanto all’ambientazione, la resa di situazioni, persone e luoghi, modi di pensare e parlare, tic e vezzi, è perfetta, fatte salve le licenze del caso: e ha il vantaggio di vulgare un mondo assai di nicchia senza ricorrere ai soliti luoghi comuni e ai moralismi d’accatto sul mondo dell’arte che allignano tra le pagine di troppa letteratura.

E poi Pérez-Reverte non sopporta Damien Hirst, e basterebbe questo a rendermelo simpatico.