Ci siamo liberati della foto artistica, in “Il Giornale dell’Arte”, 347, Torino, novembre 2014

Il 6 ottobre scorso Instagram ha compiuto i suoi primi quattro anni di attività. Da allora a oggi le foto condivise hanno raggiunto la cifra iperbolica di 120 miliardi. E pensare che la prima fotocamera digitale data solo al 1981, ci ricorda La Fotografia. L’età contemporanea 1981-2013 (Skira), quarto volume di una preziosa storia generale concepita e curata da Walter Guadagnini.

Quando una nuova tecnica di visione e di significazione appare sulla scena i cambiamenti sono vistosi. Per dire, nel 1995 il web aveva 16 milioni di utenti, oggi il solo facebook ne conta ben più di un miliardo ogni mese. Si tratta di un vero e proprio rivolgimento epocale a vari livelli, ma soprattutto dal punto di vista della sostanza dello sguardo, del pensiero e delle aspettative che lo presidiano, che ci porta addirittura a chiederci di cosa parliamo quando parliamo di immagine.

Jeff Wall, The Thinker, 1986

Jeff Wall, The Thinker, 1986

La struttura del volume è, assai appropriatamente, aperta e interrogativa. Non è ancora il tempo di risposte univoche: ma è quello in cui ancora una volta la fotografia torna a riflettere, in necessaria profondità, sulla propria sostanza e identità. E non lo fa limitandosi all’ambito dei compound stabiliti convenzionalmente, dal reportage alla documentazione alla creazione artistica. Anzi, mostra chiaramente come proprio queste categorizzazioni siano a propria volta problematiche e provvisorie rispetto a ciò che accede, alle accelerazioni brusche che i tempi imprimono.

Guadagnini si è circondato di una rosa di autori di livello primario, Weski, Enwezor, Cotton, e ha intrecciato testi di largo respiro saggistico (ne bastino un paio: Documentary Modes, A Narrative of the Present) con monografie accurate e mirate su figure e situazioni emblematiche del tempo considerato affidate, come già era stato nei volumi precedenti, alla sagacia di Francesco Zanot, giovane studioso che ha assai di meglio da fare che atteggiarsi a curator.

Un aspetto emerge prepotente, la polarità contaminante e contaminata tra intenzione esecutiva e ricezione, nel più generale cortocircuito di quella che in generale è la retorica fotografica contemporanea. Il bressoniano “instant décisif” è convertito all’enfatizzazione straniata del momento ordinario, l’estetizzazione del “basso” è assunta non in chiave intellettuale ma come fatto linguistico naturale, l’accumulo e la dispersione prendono il luogo dell’unicità esemplare. Ancora, l’edificazione accurata della fotografia staged  genera immagini in cui trasecola il principio di realtà stesso, e il ricorso a paradigmi come il pittoricismo, la serie, l’archivio, non ordina il caos ma è clausola per innescare derive ulteriori. Inevitabili, l’autoreferenza e la citazione dell’identità storica stessa della fotografia, sia l’alta sia la spontanea, stanno a intrecciare un perimetro disciplinare sempre più dubitante.

Questo e molto altro, entra nella pratica odierna della fotografia consapevole e intenzionata. Poi c’è l’altra, quella di tutti, che si è fatta pervasiva dello sguardo sino alla mutazione antropologica ormai nei fatti.

Almeno ci siamo tolti definitivamente dai piedi l’orrida menata della “foto artistica”: il che è, comunque, un gran guadagno.