Gianni Emilio Simonetti, Separation générale entre les opinions et les désirs, in compendio, in “Tempo e ricognizione”, catalogo, Edzioni Masnata, Genova, marzo 1974

“… non si sposa la serva quando si vuol metterla alla porta” (aforisma borghese)

“Ciò che può descriversi può anche avvenire. Ciò che la legge di causalità deve escludere non può neppure descriversi” (L. Wittgenstein, Tractatus…)

1. È proprio il tecnico Comte ad introdurre nella realtà sociale ciò che evoca “scientificamente” i fantasmi: lo spirito, ma lo fa dodici anni dopo quel System der Wissenschaft che aveva intuito la bramosia della goccia d’acqua del viandante nel deserto: ora, sembra che lo spettacolo “sia talmente abbarbicato al senso da rendersi necessaria altrettanta violenza a sollevarlo” di quanta “ ce ne volle per far sì che l’occhio dello spirito si rivolgesse al terreno” (1). Ma questa povertà dello spirito non è altro che la pittura dei giorni nostri. Nella prolessi, infatti, è contenuta la bramosia per la goccia d’acqua come l’amara verità di ciò che, wittgenstenianamente escluso dall’accadere, non può neppure descriversi.

Simonetti, Da Zuppa e Pan Bagnato la Nozione di Détournement, 1974

Simonetti, da Zuppa e Pan Bagnato: la Nozione di Détournement, 1974

2. Addenda. Parle à mon cul. Ma tête est malade: l’anamnesi sulle condizioni dello “spirito” ha infilato la porta vuota della descrizione. L’affanno di certa pittura a candeggiare le lenzuola del paziente è pari all’invito concettuale a modificare il signifié. Fino a quando il signifiant (con la connessione kantiana fra critica e l’immediatezza della sua necessità) ci ricorda ad ogni istante il regno della “cosa” e la fattualità della “causa”, il dominio dell’esperienza non può che passare per le strutture oziose della sua razionalità. Così, il parto arbitrario della ragione grida le sue ragioni contro il mando: la duplice pletora ha invaso lo status-a-venire del presente con la variabile infinità dei compiti che nessuno ha convenienza ad adottare. Dietro la varietà delle apparenze va riconosciuta l’essenza specifica: la qualitas della specie soffocata dal fittizio (2).

3. L’uso ostensivo del concetto di pittura interpreta il significato “colto” dell’arte come di uno scopo che non deve suscitare rappresentazioni. Di contro, la dimensione reale del nostro oggetto – in termini di merce – è data anapoditticamente. In questo senso – come ha scritto Paolini – la pittura è anche decifrazione di se stessa: è inevitabile quindi che non possa omettere la sua propria identità (3).

4. Addenda. Questa identità, come causa cognoscendi, è la normatività formale del pensiero che deve regolare la sua causalità nell’elemento sensibile immediato e, allo stesso tempo, non può riconoscersi in lui. Nel punto in cui cade questa identità, ed è proprio nella pittura-dipinta o, per stare alla cronaca, nella recente pittura francese, il pensiero della “pittura” rinuncia alla causalità che ne modella formalmente il d’intorno. Essa ipostatizza la forma come criterio vincolante per un contenuto che di per sé non la presenta: la riflessione metacritica dovrebbe recepire l’empirismo (4).

5. La pittura, al paio con l’essere di Heidegger, va d’accordo con le ragioni della rappresentazione diffuse dalla cultura neutralizzata, come se queste fossero un merito a sé e quella – la pittura – ciò che cancella il mistero iconico su cui, giocoforza, sono costrette a fabbricare modelli e costumi le culture secolarizzate. In questo modo la pittura di per sé altro non è che la presenza fisica fra l’ottusità del fittizio e l’immaginario ideologico che si spaccia per reale (5) . Se il senso del mondo è fuori di esso (6), il senso della pittura non è “nel-fuori-di-esso”, ma proprio in questo “esso” come sua rappresentazione, altrimenti il senso del mondo diventa proprio quell’a-venire di cui 1′etica è un valore. Astutamente intrallazza Wittgenstein fra le parentesi 6.421 del Tractatus…: etica ed estetica son uno. Se separate si de-qualificano, insieme si “mostrano”: qui il giro vizioso è dato dall’illusione accettata passivamente degli antichi della gnoseologia, quelli dell’essere fattuale, ontico.

6 Gli affreschi sulle pareti (superfici) di Camelot violano anche l’induzione elementare delle leggi dell’esperienza. Noi sappiamo come fittizio non è il castello di Artù, ma il gioco linguistico della norma ontica che lo spaccia per possibile. Ma di fronte all’unicità logica della necessità fronteggia il dispositivo dell’impossibilità (7). Occorre chiamare apparente non già la risposta collocata nell’u-topia, ma la domanda pseudoradicale che non distrugge altro che il dubbio, e non lo distrugge che an sich. In sostanza le “colpe” sono la patente dei lacché: certa pittura è oggi il tema in cui rifluiscono, secondo gli usi fenomenologici, i momenti dell’ontologia che ha ingoiato l’esistenza. Dietro il miserabile miracolo dello spettacolo troneggia ancora l’illusione sulla forza dei miracoli. Ben lo sanno i “cristiani” della banda Tel Quel!

7. (Addenda. Il miracolo della “liberazione” che si riproduce nel nulla del quotidiano è ciò che resta all’esperienza dello “spettatore” sadicizzato dal cursus degli avvenimenti fino al punto di non riconoscere, nella scotomizzazione della gnosi, l’accresciuto lavoro reale che grava sulle spalle degli uomini. Questo corso del mondo è ciò che lo induce a strillare: non importa vincere o fallire nello spettacolo della propria solitudine. Qui diventa solare anche la bizzarria di voler vedere a tutti i costi le masse leniniste seguire le sparute avanguardie del bel tempo che fu) (8).

8. Onesta – dice Hegel – è la coscienza che è pervenuta al senso che la cosa stessa esprime, cioè la certezza sensibile e la percezione (aggettivata come fenomenica), in quanto autocoscienza del proprio valore soltanto mediante essa (9). Qui sta la differenza fra cosa (Ding) e Cosa (Sache), e, qui, si concretizza la coupure fra la rappresentazione e la sua ideologia, la pittura, che si è votata alla difesa della spaurita falsa coscienza della cultura esistente. Ma il lamento che si alza e cresce da questo stato di cose, cresce insieme alla violenza che su di esso si rovescia. Se è vero che le istituzioni sono più potenti che mai è anche vero che dietro il neon che illumina lo stile dell’ideologia dominante il conflitto s’indebolisce a misura che crescono le forze in campo.

A1 soggetto, sia esso il corpo fisico dell’“artista” o la proiezione del suo “io” nella socializzazione della cosa incosciente (Ding), non resta altro che affermare eteronomamente la propria ideologia (pittura) e dunque il suo fallimento, o aceelerare la qualità dello scontro e concorrere alla “propria” emancipazione: quella del soggetto che riconosce nella praxis della classe il destino teologizzato della specie.

 

Note. 1. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia, 1972, v. l, p.7. 2. Il riprodursi del fittizio (l’estensione del potere reale del capitale sulla vita, l’accecamento della gnosi) invita a meditare – ancora una volta – sull’undicesima tesi per Fuerbach di Marx. Certuni parlano dell’alienato (l’artista) come di colui che deve (di fatto non vuole giacché ha perso il sogno della “cosa”) prevenire i disegni della cultura egemone. Dove questo “deve” è una sorta di disciplina (cristiana) delle tattiche. (Cfr. Data, Milano, n. 10, inverno 1973, p. 35/6). Ben valga, a queste condizioni, il non essere capiti piuttosto che fraintesi nel senso oltre che doppiati nel linguaggio! Dato che il rientro nella contemporaneità del quotidiano non è la condizione di artisti, ma lo status soggettivo di coloro che si scontrano direttamente – senza prevenzioni, dunque con lo stato di cose fittizio (del dominio reale del capitale) realizzato sugli individui e sulla specie. Ecco perché la ragione osservativa della Fenomenologia dello spirito insistendo sulla “ragione”, che fruga le viscere delle cose, la rivoluzione, non aspetta di vederla sgorgare da se stessa, ma dal compimento di se stessa, cioè dal suo destino “storico” (op. eit. p. 203), destino capace di condurla nell’immediatezza – praxis – che piomba alle spalle del nemico portando a compimento tale fine (la teoria divenuta “cosa”) in sé (op. cit. p. 320). 3. Giulio Paolini, “Risposta ad una inchiesta”, in Proposta, n. 8/9, Benevento, luglio-ottobre 1973, p. 50. 4. T.W. Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 1970, p. 210. 5. “Per ideologia dell’arte si intende teologia e cioè sistemazione e alibi, attraverso il presupposto critico, la ragione, nei confronti della variabilità dell’esperienza artistica”. Achille Bonito Oliva, “Contemporanea, arte 1973-1965” in Contemporanea, Incontri Internazionali d’Arte, Roma, 1974, p. 26. 6. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Torino, 1968, p. 79. 7. Ibid., p. 78. 8. Data, n. 10, cit. p. 35-6-7-8. 9. Fenomenologia dello spirito, cit., v. I, p. 340, 341.