Pagina per Simona Weller, Galleria Scoglio di Quarto, Milano, 20 maggio – 13 giugno 2014

“Il più grande lirismo”, sosteneva Georges Mathieu: “è qui la via più feconda della pittura astratta”. Simona Weller nasce dalla costola migliore dell’astrazione lirica, d’una pittura che sia cadenza essenziale e respiro del senso.

Weller, La filigrana dei miei istanti è azzurra, 2010

Weller, La filigrana dei miei istanti è azzurra, 2010

Negli anni, il suo fare si è identificato sempre più intimamente con il segnare. Il segnare, intendo, non il segno in quanto precipitato stabilizzato: un agire vivo ed energetico, uno stream che coinvolge la totalità tutta del pensare e del sentirsi vivere dell’artista, una biologia del gesto che ne sia anche avvertimento intellettuale profondo.

La distinzione è importante, perché Weller non si è invischiata in algide decostruzioni di codice, e perché il suo agire di qualità scritturale non ha mai inteso derogare dalla primazia ineludibile del pittorico.

Traccia, ma il suo spazio è quello del quadro, che avoca a se stesso e alle proprie ragioni il fluire e il tramarsi delle sequenze grafiche. D’altronde già Henri Michaux, santone di scritture e di pitture, sosteneva che il quadro è ben più che la pagina, è idea totale e immediata per la sua polidirezionalità, per la profondità di cui è ricettacolo, per l’unitarietà potente e a un tempo ambigua della visione: spazio altro, tempo altro, in un irradiarsi fastoso del senso.

Non sono in gioco, beninteso, automatismi di filigrana surreale. La spontaneità su cui l’artista intesse il proprio fare è figlia della padronanza definitiva, ha l’intensità concentrata e consapevole della parola poetica, non la fragranza ingenua e stupefatta dell’effusione sorgiva.

E poi Weller pensa, naturalmente, colore. Il suo segnare è agire colore, in una logica il cui rigore non è ferocia puritana e piuttosto distillazione di materie preziose, di accordi lirici, di eleganze naturalmente trovate e accolte.

Weller, Tempesta sul mare, 2008

Weller, Tempesta sul mare, 2008

Nel trovarsi dei toni, nel tramarsi dei piani e dei rapporti, avverti il suo amore viscerale per l’identità storica stessa della pittura, per le sue memorie, per le sue suggestioni, che dicono insieme Settecento e Matisse, il turgore della miniatura e la sensualità del far grande decorativo, il senso del paesaggio e l’iterazione teoricamente illimite dell’all-over.

Weller eccita scarti, vibrazioni, espansioni, sacche di senso, là dove ci si potrebbe aspettare, dopo gli anni in cui troppo s’è celebrato il rigorismo concettualizzante, un’iterazione meccanica e compita di gesti.

Invece la composizione per piani di colore, scandita da ritmi lineari sottilmente eccitati, affiora sulla tela come trama di relazioni tra segni/valori ben temperati, che hanno acquisito addirittura spessori di trepida suggestione, assestati secondo organici andamenti orizzontali.

Ecco, è proprio questo coagulo profondo di senso che preserva una ragione d’esistenza alla pittura, al suo corpo storico. Sintonizzarsi con la sua tensione, con la sua necessità fondamentale, è per Weller una delle poche strade che, oggi, è consentito percorrere.