Margareta Daepp, in “La Ceramica”, 20, Milano, marzo 2014

Si pensa che la parola giapponese urushi derivi da uruwashi (bello, gradevole) e uruosu (umido e lussuoso). Per Margareta Daepp la fisicità dolce dell’urushi, lacca dalle captazioni luminose e tattili straordinarie, è molte cose insieme.

Daepp, Lotus, 2006

Daepp, Lotus, 2006

Significa radicare saldamente il proprio rapporto con la ceramica nell’identità storica della cultura orientale, il ceppo sul quale l’Europa ha innestato alcuni dei suoi svolgimenti decisivi. Insieme, indica il recupero del senso profondo d’un fare ceramico che ha mediato il less tipico della modernità con la necessità di un rapporto sensuale forte e preciso con la forma. Ancora, indica l’assunzione del retaggio del passato non in modo pedissequo, in quanto principio d’autorità, ma come condizione tecnica e problematica viva, a partire dalla quale sperimentare ulteriormente e continuamente.

Daepp ha scelto di rapportarsi in modo privilegiato con il design. È un fatto. Ma ha scelto anche, deliberatamente, di sottrarsi al monoculturalismo di una formazione specialistica. Anzi. L’alunnato berlinese con Rebecca Horn e Isa Genzken, da un lato, e dall’altro un intendimento ormai non più fideistico del valore di essenzialità e di funzionalità stabilito dal Movimento Moderno, le hanno consentito di porsi sempre criticamente di fronte al progetto: è la riflessione ogni volta radicale sugli statuti, i caratteri e i destini dell’oggetto plastico il suo tema operativo fondamentale.

Negli anni Daepp ha delucidato alcune geometrie essenziali e le ha contrapposte a un intendimento alto e preciso del valore decorativo. Sul piano delle strutture formali, ha privilegiato la sagoma cilindrica e una componibilità che le consente di articolare ogni opera come sommatoria di elementi su cui agire facendo collidere trattazioni materiali e cromatiche diverse, ogni elemento essendo esteticamente autonomo e insieme parte necessaria d’un intero organicamente stabilito.

Daepp, Hutong, 2010

Daepp, Hutong, 2010

Sul piano del valore decorativo, l’autrice si è sottratta all’essenzialismo modernista, che ha sempre tenuto in gran sospetto l’ornamento, ma senza ricorrere alla blague intellettuale che, soprattutto negli ultimi anni, ha scelto la via di iperdecorazioni postmodernamente ridondanti: dunque nessuna “tendenza al conservatorismo”, per evocare Gombrich, né diretta né indiretta.

Daepp ha preferito ritrovare all’interno dello stesso processo formativo una ragione, intellettuale ed estetica, della partitura del fregio.  Ha fatto profondamente sue le parole di Archibald H. Christie, il quale nel memorabile Pattern Design sosteneva la vitalità di una sorta di sapere collettivo della decorazione, all’apparenza statico ma in realtà in evoluzione radiante: “così, nel corso delle età, un numero infinito di disegni apparentati, derivanti da una sola radice ideale, sono stati sviluppati logicamente, passo per passo, dagli sforzi unificati di molte menti”.

Nelle serie Bosporus il continuo e l’all-over dei motivi arabi – e il Bosforo è, anche simbolicamente, confine tra arte d’Oriente e d’Occidente – dalle geometrie interne complesse e autogenerative affermano se stessi e allo stesso tempo entrano in rapporto critico con le scansioni verticali nitide del cilindro maggiore, equilibrio tentato e raggiunto tra pienezza e vuoto, tra percezione mentalizzante e appagamento sensoriale.

Daepp, Bosporus, 2012

Daepp, Bosporus, 2012

In Hutong  la pienezza splendente del colore gioca tra interno ed esterno in un lavorio sottile di tonalità, nello scambio tra il bianco ed evocazioni ad alto gradiente simbolico come il rosso e l’oro. La ragione decorativa del corpo principale è una linea proliferante in senso teoricamente onnidirezionale, secondo uno schema topografico che rimemora, ma ora rastremato a pura cadenza decorativa, certe prove passate come Souvenirs.

Affine per molti versi è Tokyo Line, in cui la struttura è composta da due corpi cilindrici in cui la flagranza suggestiva di un colore di tradizione è in rapporto con le geometrie colorate della mappa della metropolitana di Tokyo. È proprio vero: “the radicalness of Japanese creation from different centuries fascinates me”, ama ripetere Daepp.