Piero Manzoni 1933-1963, Palazzo Reale, Milano, 26 marzo – 2 giugno 2014

[…] Manzoni schiude un’area operativa e linguistica in discontinuità netta con quanto l’ambiente artistico internazionale va elaborando. Non sono immagini autres ad apparire nei quadri, ma quadri intimamente, radicalmente autres in se stessi, irrelati e irrelabili. Non sono in senso stretto dipinti, perché la stesura della materia è un atto fisico indifferente, privo d’ogni intenzione formale e d’ogni corteggiamento estetico.

Manzoni, Achrome, 1957-1958

Manzoni, Achrome, 1957-1958

La materia peraltro appartiene a un orizzonte operativo che non è quello disciplinare delle arti, e anche la suggestione d’intonaco è un ultimo baluardo retorico che subito decade, nel prosciugarsi d’ogni residuo di codice pittorico, asseverato dall’indeterminazione cromatica instaurata dal bianco.

La superficie teorica si riassorbe nell’apposizione di brani concreti di supporto intrisi di materia che si solidificano in andamenti plastici forti e aleatori, le cui pieghe fungono da segni plasticamente consistenti e dagli orientamenti non rispondenti ad alcuna ragione formativa.

Per Manzoni l’opera è un corpo ad alto grado di autonoma fisicità, nascente da un processo operativo che non prevede un trasferimento – per specchiamento o per impronta non importa –tra il corpo dell’artista che agisce e quello del quadro: il gesto è dunque l’essenza dell’operare, non il tramite neutrale o funzionale tra un intento e un esito: com’è in Fontana, appunto, l’immaterialità dei cui tagli iterati sulla tela è certo il riferimento concettuale primo della fisicizzazione piena del segno nelle opere con sequenze di grinze.

Manzoni, Achrome, 1962-1963

Manzoni, Achrome, 1962-1963

Segno oggettivo è la grinza, segno oggettivo è la griglia geometrica che compartisce in riquadri la superficie. Essi istituiscono una presenza, un vedere/sentire, fisicamente determinatissimi tanto quanto, in potenza, infiniti per via d’indeterminazione. Che tale indeterminazione abbia lo stigma dell’iterazione, della moltiplicazione neutralizzata del medesimo gesto, ne assevera il fattore fondante di non intenzionalità, il valore di progetto senza destino e senza esito possibile. […]