Giannoni. Durata dell’immagine, catalogo, Palazzo dei Giureconsulti, Milano, 27 giugno – 27 luglio 2013

La questione si pone così. L’arte contemporanea è sempre più indirizzata  verso l’evidenza puntuale, la pura presa d’atto della flagranza, lo spettacolo dell’immagine. Lo sguardo dello spettatore non percorre un itinerario, non partecipa a un viaggio. Il trascolorare apparente della responsabilità della pittura in favore di mezzi leggeri, dalla fotografia al video al web, questo indica.

Il retaggio del passato dice invece dell’edificarsi dell’immagine attraverso un processo di costituzione dello spazio e della forma che sia prima di tutto pensiero pensato e reso senso stabile e permanente, se possibile radiante. La responsabilità della pittura è quella della memoria dell’immagine, del suo peso specifico.

Giannoni,  Libreria, 2013

Giannoni, Libreria, 2013

Della sua durata, soprattutto. Che è, ognuno intende, valore in tutto diverso rispetto alla somiglianza.

Certo Massimo Giannoni ha molto ragionato sul valore non contrattabile della durata, quando ha scelto di inoltrarsi lungo la via impervia, e fastosamente inattuale, del suo dipingere. Il filo della sua riflessione non è stato l’ancoraggio al sensibile, alla referenza, ovvero l’arrocco nei saputi d’un fare convenzionale già storicizzato, e piuttosto proprio la necessità di preservare e rivendicare la durata dell’immagine, la sua capacità di intensificazione – anche poetica – rispetto al mero vedere.

Ha ragionato in termini moderni, con attitudine all’opposto che passatista. Dal cubismo a Gerhard Richter e Anselm Kiefer, passando per la “condensazione spirituale degli aspetti naturali, che nascono e si risolvono compiendosi in unità artistica”, di cui scriveva Carrà, e mai dismettendo l’allarme per la perdita definitiva di verità delle visioni, il cui universo ci imprigiona come un labirinto senza uscita, anche Giannoni ha cercato quella che il musicista filosofo Hugues Dufourt ha un giorno definito la “durée de contraction”: non proposizione piana d’un ordine formale conoscibile, ma ricerca sintetica, ostinata, cruda, d’uno statuto di verità sensibile che sia capace d’essere molto altro che semplice evidenza sensibile.

Giannoni, La Specola, 2013

Giannoni, La Specola, 2013

Che possa essere, anche, la stratificazione memoriale densa di tutti gli sguardi, di tutti i flussi affettivi, nel tempo convocati e restituiti dalla visione. Che implichi, ancora, la trama di suggestioni e umori simbolici eccitati nella misura allentata, scrutinante, della coscienza. Che approdi, infine, alla ricostituzione dell’immagine in puro potente linguaggio di pittura, con tutto quanto è ormai definitivamente non eludibile in termini d’autonomia d’esperienza e di linguaggio: a cominciare dal valore carnale della materia spessa (“I want the painting to be flesh”, per riandare a Lucian Freud) che costituisce fisicamente la forma, forzando il codice mimetico ordinario, facendo di ognuno degli elementi del dipinto davvero la cellula d’un corpo pittorico saldo e concentrato.

Del resto l’istinto poetico di Giannoni lo ha portato a conoscersi in luoghi la cui forma è la sommatoria di plurimi destini formali, ed è l’intreccio di molteplici esistenze che si coagulano, si fissano, in un’unità intemporale e potente, restituendosi in presenza distillata ma plasticamente presentissima, d’umore apertamente tattile.

Il brulicare congelato di persone nello spazio monumentale ma claustrofobico di uno Stock Exchange vale la vita silenziosa, stabilita e architettata nel luogo e nel tempo, dei volumi in una libreria o in una biblioteca. E le teche della Specola fiorentina dicono di una natura ormai morta che si specchia nella vanitas non meno desolata delle figurette, mere ombre di corpi, rastremate a punteggiare lo spazio d’una piazza.

È forte la tentazione di strologare sulla fedeltà al motif, sulla persistenza di pochi sceltissimi soggetti dei quali Giannoni più e più volte attua declinazioni nuove. Certo, a chi – quorum ego – s’emozioni al solo pensiero della Magliabechiana o della storica libreria Seeber, o sia in grado di riandare anche agli odori confidenti di quella wunderkammer sospesa che è la Specola, i dipinti di Giannoni offrono una pulsazione affettiva in più.

Ma il punto non è questo. L’artista s’identifica con i suoi soggetti non perché tenacemente seducenti ma perché ciascuno è, in essenza, un problema pittorico. E operare sulla serie è dipanare con la massima ampiezza possibile tale problema, alla maniera che Michel Butor specifica a proposito di Pablo Picasso: “La nozione di un’opera come gruppo di opere, di una tela come implicazione di altre tele intorno a essa, è diventata così fondamentale per l’artista che perfino un quadro isolato diventa una caso particolare d’insieme”.

Anche questo è durata, perché Giannoni non dipinge semplicemente un quadro dopo l’altro, ma il suo progetto è delucidare ed edificare, negli anni, un’opera. Ed è questa ciò cui dobbiamo veramente guardare, e por mente.

Ogni quadro è dunque in rapporto problematico con i precedenti e i successivi all’interno di un più ampio ragionare d’esperienza. Ciò determina riverberi ulteriori di memoria, di quanto ogni volta è stato fatto e di quanto egli ha inteso fare, sul possibile di ciò che va nascendo.

Lo schiudersi di serie nuove, di ulteriori fascinazioni intellettuali, è in questa prospettiva una sorta di derivazione necessaria e naturale, perfettamente congenita, come di rami nascenti dal tronco ben radicato e ben vivente che è l’opus, il focilloniano “tentativo verso l’unico”, la scommessa estrema e incontrattabile di Giannoni.