L’enigma Escher, Palazzo Magnani, Reggio Emilia, sino al 23 febbraio 2014

Per una generazione Escher è stato soprattutto l’autore dell’immagine di copertina delle Cosmicomiche di Calvino, 1965. Lo si è inteso come una sorta di Piranesi della geometria, di inventore surreale sulla base della psicologia della percezione, eccetera.

Escher, Giorno e notte, 1938

Escher, Giorno e notte, 1938

È stato, fondamentalmente, un grafico, calandosi in una dimensione che ha meno a che fare con la pittura che con la storia della pagina: da subito i suoi fogli appaiono come gli abitanti naturali d’una surreale cinquecentina, o meglio ancora d’una edizione secentesca criptica e sapienziale.

Di fatto Escher riduce al minimo la componente tecnica del suo fare perché ragiona esclusivamente di visioni. E dalla metà degli anni ’30, il tempo della sua maturità, egli assume una sommatoria di suggestioni passate e contemporanee ragionando in puri termini di far vedere: dei codici, delle convenzioni, delle regole e delle condizioni in cui la lettura dell’immagine si dà.

Maestro delle percezione ambigua e di geometrie così metodologicamente affilate da perdersi in se stesse, Escher mira sistematicamente al punto di dissoluzione della regola stessa: dal suo ordine precisatissimo affiora un mondo inafferrabile, una sorta di caos postlogico sovrastante l’esperienza ordinaria.

Escher, Relatività, 1953

Escher, Relatività, 1953

Alla fin fine si apprezza, di lui, lo straniamento continuo, e la vena tra paradossale e poetica che alimenta il suo repertorio plurimo di trucchi visivi. Ma fondamentalmente di trucchi visivi si tratta, e di null’altro.