Germano Celant, Arte povera, catalogo, galleria De’ Foscherari, Bologna, febbraio 1968

[...] Nel “vuoto” esistente fra arte e vita, il libero progettarsi dell’uomo, il legarsi creativo, al ciclo evolutivo della vita (siamo all’osmosi dei due momenti) per un’affermazione del presente e del contin­gente. Là un’arte complessa, che mantiene in vita la “correptio” del mondo, con il ten­tativo di conservare “l’uomo ben armato di fronte alla natura”. Qui un’arte povera, im­pegnata con l’evento mentale e comporta­mentistico, con la contingenza, con l’astori­co, con la concezione antropologica, l’inten­zione di gettare alle ortiche ogni “discorso” univoco e coerente (la coerenza “apparen­te” è dogma che bisogna infrangere) ogni storia ed ogni passato, per possedere il “reale” dominio del nostro esserci.

Kounellis, Senza titolo, 1967

Kounellis, Senza titolo, 1967

Al presente un’arte “ricca” ed involuta per­ché basata sull’immaginazione scientifica, sulle strutture altamente tecniche, sui mo­menti polisensi in cui il giudizio individuale si contrappone, imitando e mediando il rea­le, al reale stesso, con una prevaricazione dell’aspetto letterario su ciò che realmente si vuole.

Alla convergenza fra arte ricca e vita, l’arte “povera”, un esserci teso all’identificazione, cosciente, reale = reale, azione = azione, pensiero = pensiero, evento = evento, un’ar­te che predilige l’essenzialità informazionale, il comporre teso a spogliare l’immagine della sua ambiguità e della convenzione che ha fatto dell’immagine la negazione di un con­cetto. Concetto che riemerge ora quale “deus ex machina” dinanzi alla macroscopi­ca valorizzazione della rappresentazione e del “modus videndi”, per un’affermazione della “civiltà dell’intelletto”.

Un’arte che trova nell’anarchia linguistica e visuale, nel continuo nomadismo comportamentistico il suo massimo grado di libertà ai fini della creazione; arte come stimolo a ve­rificare continuamente il proprio grado di esistenza (mentale e fisica) come urgenza di un esserci che elimini lo schermo “fanta­stico” e mimetico dinanzi agli occhi della comunità degli spettatori per condurli di­nanzi alla specificità mentale e fisica di ogni azione umana, quale entità da completare e giudicarsi.

L’arte povera non è infatti un operare illustrativo, non ha come obiettivo il processo di neo-rappresentazione dell’idea, ma è indiriz­zata a presentare il senso emergente ed il si­gnificato fattuale dell’immagine, come azio­ne cosciente; si presenta lontana da qualsiasi apologia oggettuale ed iconica; è un agire li­bero, quasi intuitivo, che relega la mimesi a fatto funzionale e secondario, i nuclei focali risultando l’idea e la legge generale.

Un momento freschissimo che tende alla “decultura”, alla regressione dell’immagine allo stadio preiconografico, un inno all’ele­mento banale e primario, alla natura intesa secondo le unità democritee e all’uomo co­me “frammento fisiologico e mentale”. [...]