Note su Antonio Dias (Bemerkungen zu Antonio Dias), in “Neue Kunst in Europa”, I, 5, München, settembre 1984

Traggo dall’ottimo saggio di Sandro Sproccati su Antonio Dias, che ha visto di recente la pubblicazione (Antonio Dias, Beatrix Wilhelm, Stuttgart 1983): “…si potrebbe sostenere che Dias si affidi all’emergenza ‘spontanea’ del significato, alla detonazione linguistica invece che alla denotazione univoca… ma a patto di far notare, subito dopo, che tale esplosività si concretizza in figura di stratificazione, si manifesta come continua aggiunta (o sottrazione) di reti significative che si modificano a vicenda…”.

Dias, The secret life,  1970

Dias, The secret life, 1970

Viaggio in Nepal, incontro-incrocio di due portati culturali atavicamente differenti, lavoro con le maestranze locali… trascolorate le mitologie esotiche, i presupposti dell’ultima, cospicua serie di carte di Dias sono ben noti a tutti, così come non bisognano di chiarificazione i vettori interni di continuità tra questa stagione e le precedenti, insaporite di verve concettuale (corrosiva, a ben vedere, anche verso le proprie stesse radici), ben letti in un recente libretto di Catherine Millet (Antonio Dias, Baronian-Cavellini, Bruxelles-Brescia 1983). Ciò su cui importa concentrarsi è la qualità e lo spessore della topografia, mitica e criptica, che innerva l’immagine attuale di Dias, e le implicazioni di cui si nutre.

Quale miscela agisce alla detonazione di cui parla Sproccati? Anzitutto, l’apertura di una sostanza spaziale diversa dalla pelle teorica, metrica e cronometrica, delle opere precedenti. Qui la carta, i materiali, le colorazioni (inchiostro, ossido di ferro, oro, grafite, the, curry, caffè, …) mantengono e irradiano primarie pulsazioni di senso.

Il ritmo, il tempo assente e rituale del gesto che fa, la carezza della mano e il suo sapere, gli odori, la naturalità, non sono accessori incidentali: sostanziano, impuri, il rettangolo di una consistenza indefinita, ora lattiginosa ora stopposa, che attira lo sguardo a percorrenze fascinanti (“les somptueux papiers”, le definisce Millet), lente, ambigue, a scorrimenti e penetrazioni in un continuum sempre disorientato e mobile.

La tramatura dei segni, per emergenze e stratificazioni, concentrazioni ed espansioni, trova la propria condizione entro questo indistinto. Il repertorio di Dias è quello consueto, il rettangolo con quadrato interno (idea di room, di chiuso), la bandiera, il serpentiforme, la croce, l’osso, … Segni aggrumati, al limite dello svuotamento significativo e funzionale, materiati in modo da mantenerne la condizione simbolica, ma non la gabbia, non il corpo storico, non la sedimentazione culturale. Condizione, stato-limite, che si riattiva –complessa, polivalente, sempre aperta – in virtù dei nessi energetici, qualitativi, che entrano in gioco all’atto del configurarsi di circuiti di relazione fra segno e segno, fra gruppo e gruppo. Sono circuiti dotati a un tempo di una forte necessità interna, e di un equilibrio che si presume come puntuale, fra affioramento e inghiottimento dei segnali nello spessore spaziale, nella sua consistenza.

Dias, Senza titolo, 1982

Dias, Senza titolo, 1982

Figure, tutte, possibili, vicendevolmente intersecate e scambievoli, in cui schemi e topoi formali e qualità materiali (consistenza, peso visivo, colore, esecuzione, …) si inducono pariteticamente pulsazioni di senso e umori segreti. Torna alla mente la frase di Gastone Novelli: “Cos’è lo spazio? Sono delle piccole strade per passare”.

È chiaro che l’atteggiamento grammaticale del Dias precedente, l’esercizio della forzatura e dello scorrimento lessicale – secondo i modi tipici del prelievo e dell’accelerazione retorica, dei titillamenti metalinguistici e della mise en scène dell’evidenza –, pur senza aver abbandonato il campo, si sono amalgamati a un rovello d’immagine ben più elaborante, ricco di variabili sostanziose. Il problema si è fatto di sintassi, e non di sintassi ordinata e codificata, eterodiretta, bensì discendente da ambigui e plurali meccanismi di attivazione energetica, per via di scambi analogici, di rispondenze intuitive, di pulsioni che carezzano la soglia dell’esoterico. Se modalità convenzionali ancora sussistono, nello spaziarsi dei segni, come il disporsi sulle ortogonali dei gangli visivi, o il discreto configurarsi di simmetrie sottopelle, ciò dipende non più dalla sovradeterminazione di certe valenze strutturali dell’immagine, ma dall’accettazione della loro primarietà, quasi a far riaffiorare uno spessore antropologico nei processi del fare. Un fare, beninteso, che ha perduto lungo via lo iato di mentalizzazione, la dichiarazione di neutralità di un tempo, ma per ritrovare un più maturo e sfumato distacco emotivo: fatto di avvertimenti sottili, di controllo rigoroso ma non rigido, di decantato ma teso senso dell’agire nel corpo stesso dell’opera.

Il tallone di Achille. La tensione di pelle dell’immagine – e l’agire è ancora, qui, in voluta casta economia – frana nell’aggrumarsi vischioso della grafite, sorda densa quantità/qualità. È una profondità che si scandisce: luogo enunciato, transitorio, già capace in potenza di lievitazioni e diaspore di segni: che si riconosce, si pensa, si dà senza nominazioni, ormai. Che è in toto materia e colore, fuori dalla scala ordinaria dei gradienti visivi. Esso stesso segno, infine. La fossa dei serpenti. Il gioco di redoublements visivi, classico della filigrana tautologica, avanza per scarti sostanziosi, per forzature di plessi logici. Le figure si moltiplicano nella mappa buia, apparizioni orizzontali, perduta la corona mitica del significato. Sopravvivono come tracce (s, serpente,seno, suono, …: è noto), si depositano ma senza incidersi nello spazio. Hissing: sibilo, sibilante. Il sistema chiuso si allenta, si moltiplica per ingrommature e sospensioni. Tenta una condizione inestetica, per via di lente, ribollenti opacità. Esorbita lo sguardo, ne incrocia il disagio fisiologico, chiede una sorta di disponibile tattilità mentale, per assorbimento. Corpo & anima, Il canto dell’ascia. Il segno non subisce metamorfosi per riduzione. Riemerge, piuttosto, in una calcinata differenza, variante ormai solo per tonalità di senso nel pulviscolo arso dello spazio.

C’è solo estensione, infine, porzione non metrica che avvalora un’esperienza non saputa; sorta di brandello intermedio tra un dentro e un fuori, un positivo e un negativo, che non sono di coscienza, ma già una sapienza autre. Si dipana come per svolgimento, la sintassi delle figure, lungo la planarità orizzontale distesa (la consistenza del fare con le materie aggira l’ambiguità della pagina): ma il duro segno puntuto che marchia il centro fa da omphalos, coagula la soglia di trasferimento e assorbimento della lettura, induce gravitazioni rotanti, sotterranee mobilità e mutazioni. Nello studio, lavori in corso. Ancora grafite, con le sue pulsazioni ansanti, con il variare corposo dei grigi opachi. I sogni sono avviluppati, immersi, fantasmi fossili. Vengono alla mente le estenuate modulazioni tra nero e grigio di Sebastiano del Piombo. Non c’entra. Altro è il filo della maniera su cui camminare, ora. Ma l’intensità, la preoccupazione di una qualità, sono comunque lì, che si riguardano.