Paolo Masi. La responsabilità dell’occhio, catalogo, Frittelli arte contemporanea, Firenze, 11 maggio – 20 settembre 2013

L’avvio della vicenda artistica di Paolo Masi data alla fine degli anni ’50, e sin dall’origine annuncia un tratto unitario fortissimo.

Si diceva, allora, di “non fare il quadro”. Il che significava, soprattutto, spostare il fuoco del corso inventivo e attuativo dall’esito, con tutto quanto esso comportava in termini di codici e convenzioni, retoriche e orgogli disciplinari, al processo, ovvero alla fase criticistica d’analisi e delucidazione del perché dell’opera, considerato definitivamente prevalente sul come.

Masi, Videogame, 2013

Masi, Videogame, 2013

Non più l’essere artista, è in campo, ma il fare arte. Ovvero, il ridefinire dalla radice non solo la natura dell’azione in quanto atto estetico, ma la sua condizione complessiva, senza accettare acriticamente neppure lo schema dell’artista engagé o genericamente estraneo dal punto di vista sociale così come la tradizione avanguardistica l’ha consegnato al secolo.

Da un lato è l’intendimento della superficie come campo d’azione appropriato, fisicamente stabilito. Se tale è l’assunto, è ben chiaro che essa è luogo proprio: e dunque ogni luogo, qualsiasi spazio fisico esistente, è adeguatamente vocato a farsi ambito di operazioni.

Masi, Senza titolo, anni '70

Masi, Senza titolo, anni '70

Senza gerarchie ormai non più credibili, il rettangolo del foglio o del quadro vale quanto la parete, l’ambiente storico o quello naturale, a patto che nitide ne siano le ragioni d’approccio. Campo dell’azione artistica è ogni ambito l’autore identifichi come situazione affrontabile.

Masi sempre ha posto la lucidità feroce del suo intelletto al servizio della passione divorante per l’arte. Questo il suo segreto. Questa la combustione interiore che sempre ha alimentato il suo fare, e ancora scalda le ore felici e vive che egli trascorre nel suo studio: un po’ officina del pensiero, un po’ antro di coboldo felice.