Programmare l’arte. Olivetti e le neoavanguardie cinetiche, Museo del Novecento, Milano, sino al 3 marzo 2013

“Un’esigenza di rottura degli schemi percettivi. E se le abitudini percettive ci incoraggia­vano a godere una forma ogni qual­volta essa si presentasse come qual­cosa di compiuto e conchiuso, ebbe­ne occorreva inventare forme che invece non lasciassero mai riposa­re l’attenzione ma apparissero sempre diverse da se stesse”.

Alberto Biasi, Interferenza dinamica, 1961

Alberto Biasi, Interferenza dinamica, 1961

Umberto Eco premette queste parole a una delle iniziative cruciali dei primi anni ’60 italiani, la mostra di arte programmata che Munari e Soavi concepiscono giusto cinquant’anni fa, nel 1962, nel negozio Olivetti di Milano.

Quella di arte programmata è una delle dizioni che si diffondono in quel tempo, dopo che vicende come quelle dei gruppi T e N aggiungono un tassello alla rivoluzione concettuale avviata da Klein, Manzoni e compagni intorno alla nozione stessa di opera.

Non è più questione solo di un diverso far vedere, ma di coinvolgere attivamente la dimensione fisiologica della percezione e la sua oggettiva durata temporale. Che il movimento possa essere una componente strutturale dell’opera è fatto a quegli anni già sufficientemente esplorato, sulla scorta della lezione delle avanguardie storiche.

Ennio Chiggio, Bispazio instabile, 1962

Ennio Chiggio, Bispazio instabile, 1962

Qui non è il gioco tanto la forma e il congegno dell’oggetto visivo, quanto la sua ragione percettiva. La padronanza del processo da parte dell’artista non è più, ora, mestiere e disciplina, ma ratio in odore di tecnologia e di scienza.