Spremere arte da ogni parte, in “Il Giornale dell’Arte”, 403, Torino, dicembre 2019

Non è, pensi, che la mostra proprio proprio riporti a Mantova Giulio Romano, come annunciano con enfasi, dal momento che lui è sempre stato lì: semmai porta al Palazzo Te e al Ducale un bel po’ di gente, che se non avesse la spinta promozionale di una mostrona a vederselo non andrebbe.

Giulio Romano, Giove e Olimpiade

Giulio Romano, Giove e Olimpiade

In compenso ti devi beccare Mantova d’autunno, che dal punto di vista del clima e della luce non è proprio il massimo. Tant’è. Basta la botta degli Amanti dell’Ermitage, che vale da sola il viaggio e il prezzo del biglietto, e ti metti buono in treno.

In realtà un po’ di bizzarria c’è, perché questa non è una mostra in due sedi, ma sono proprio due mostre diverse, con cataloghi e biglietti separati: mi immagino le burocrazie, le diplomazie, i casini, i dispetti. Una è serissima, puntuta il giusto, sta a Palazzo Ducale ed è un ragionamento analitico sugli spazi stessi in cui la visiti: il che è un bel pensiero site specific. L’altra già dal titolo, “Arte e desiderio”, para da tutt’altra parte, e sembra un omaggio diretto alla leggendaria mostra celebrativa di Giulio Romano del 1989 diretta da Ernst Gombrich, quanto meno al capitolo esplorato da Bette Talvacchia, una il cui libro fondamentale sull’erotimo rinascimentale si chiama, per dire, Taking positions, che in quell’occasione titolava il suo saggio con le celebri parole di Pietro Aretino “Figure lascive per trastullo de l’ingegno”.

Ci sono gli Amanti, la Danae di Correggio nata per Mantova, la vasta Visione di Aglauro della camera nuziale di Erse tessuta da Willem de Pannemaker, e sui muri Amore e Psiche e soprattutto Giove e Olimpiade: che è la versione appena velata di mito ma diretta nell’iconografia di cosa Federico II Gonzaga e la sua morosa Isabella Boschetti amavano fare davvero al Te, cioè nel “luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso”.

E ci sono i famosi Modi che Giulio affida a Marcantonio Raimondi e che vengono incisi e editi con l’accompagnamento dei Sonetti lussuriosi composti all’uopo dall’Aretino, che non parlano di amori degli dei ma di cortigiane. Qui siamo programmaticamente e senza infingimenti nella categoria “pornografia”, tant’è che la storia ricorda che Marcantonio si inguaiò con papa Clemente VII e quell’intrigante dell’Aretino, se non racconta favole, si dovette fare in quattro per cavarlo di prigione.

Questo capitolo è messo un po’ in sordina, anche perché non è che dei Modi ci sia giunto granché. Più che altro, fa ridere pensare alle riunioni pensose in cui quelli della comunicazione della mostra pesavano con il bilancino le immagini che sarebbero sopravvissute agli algoritmi pirla dei social e quelle che sarebbe state condannate, grande artista o no, per decidere cosa diffondere: per esempio, se si cerca nel web pare che in questa mostra la scena di Giove e Olimpiade, dove il divino pisello è ben in vista e pronto all’opra e c’è pure Filippo II di Macedonia in veste di cuckold (nel cui volto peraltro il pittore, con somma ironia, ritrae se stesso) neanche ci sia, per dire.

Eppure la chiave di lettura della mostra di Giulio Romano sarebbe questa. È l’allievo migliore di Raffaello, l’artista della misura, ma appena arriva a Mantova molla gli ormeggi dalle retoriche sofisticate delle Stufette e della Loggia di Psiche romane e deborda, enfatizza, si sbriglia senza freni, avviando una stagione tutta sopra le righe, architettura compresa: e questa “nuova e stravagante maniera” si legge fastosa anche nella grandeur dei fogli del Louvre in palazzo Ducale. Del resto è in una corte di provincia, ricca e colta ma meno codina e ben disposta, anzi desiderosa di farsi épater dal suo genio. E poi magari, a interrogarli, Federico II e Isabella avrebbero risposto convinti che le loro al Te alla fin fine erano solo cene eleganti. Nella curia papale, insomma, quelle cose le pensavano e le facevano ma non le dicevano: a Mantova le fanno e se ne vantano, con lo spirito sfrontato e il gusto sboccato e un po’ dialettale di un’epica oscena divertita, stravolta, paradossale, quella che d’altronde l’Aretino a Venezia incarna perfettamente e lucidamente. In un’altra corte padana, a Ferrara, negli stessi anni l’Ariosto celebra l’antica Elefantide, l’autrice del primo manuale sulle posizioni del sesso: e il pubblico sicuramente si dà di gomito e fa i suoi commenti salaci, mica intavola dotte dissertazioni sull’antichità. Solo che Giulio Romano è un disegnatore formidabile e, rilassatissimo, spreme arte anche da queste cose.

Cesare Colombo. Fotografie (1952-2012), Castello Sforzesco, Milano, sino al 14 giugno 2020

Una foto di Gabriele Basilico, 1970, mostra a un comizio di Mario Capanna Cesare Colombo e Francesco Radino intenti a riprendere. È una chiave di lettura importante e curiosa, per dire non solo della personalità gigantesca di Colombo nella Milano d’allora, ma anche per narrare come la fotografia italiana, e in specie milanese, sia stata fondamentale per maturare un approccio riflessivo ma insieme laico, pragmatico,

Cesare Colombo, 1957, via Orefici, strillone ©CesareColombo

Cesare Colombo, 1957, via Orefici, strillone ©CesareColombo

all’immagine, in cui molto se tient: non le “pazienti estasi di laboratorio” che già negli anni ’50 denunciava Giuseppe Turroni, ma un piglio naturalmente civile e aperto al vivere della società, in cui contano la grafica e la pubblicità (è grande amico di Grignani e di Iliprandi, tra gli altri) e insieme un engagement a sua volta scrutinato (insegna per anni all’Umanitaria), il fare e il farsi critico e promotore primario di occasioni, espositive ed editoriali.

Colombo è un reporter asciutto ma non neutrale, anzi capace di filtrare sempre un mood preciso entro le occasioni della cronaca. Collabora, fotografando e scrivendo, con “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo, con “Zoom”, con “Abitare”, poi ha un lungo sodalizio con il gruppo MID: e chi, come me, ha potuto vivere la rivelazione della mostra memorabile “L’occhio di Milano” alla Rotonda della Besana, 1977, ha ben capito subito che la fotografia non è tanto la memoria del tempo, quanto un distillato critico della vita.

Cesare Colombo, 1968, Torre Galfa ©CesareColombo

Cesare Colombo, 1968, Torre Galfa ©CesareColombo

Nei suoi decenni di attività Colombo ha toccato tutti i plurimi aspetti della cultura fotografica, e questa mostra rivela che il suo preponderare come critico e organizzatore non metteva mai in ombra la temperatura del suo fare, della sua passione cristallina per l’immagine.

Le Antichità della Sicilia esposte ed illustrate per Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco. Volume V, Presso la Reale Stamperia, Palermo 1842

Gli scarsi e poco rilevanti fatti che di Catana si rammentano nell’antica età, e la piccola parte che il suo popolo prese alle grandi vicende dell’isola, non danno di vero alla primitiva istoria di lei gravissimo interesse. Noi pertanto seguitando il disegno dell’opera nostra, andremo spigolando nelle antiche memorie quelle cose che per avventura si offriranno di rilievo maggiore, e dalle quali comporremo come in abbozzo, la storia antica di una città oggi sì grande e sì magnifica.

Accennato di volo come Teocle nell’an. 1° dell’Olimp. XI, movendo dall’Eubea con una colonia di Calcidesi, fabbricò Nasso nel lato orientale dell’isola, diremo che sei anni dopo, intendendo ad estendere il suo dominio sulle terre vicine, cacciò i Sicoli da Leontino e da Catana, ove i novelli abitatori prescelsero a capo un Evarco. Il nome di Catana frattanto par greco evidentemente. Non però sapremmo convenire con l’Epitomatore di Stefano, il quale vorrebbe farlo derivare dalla nave di Teocle, appoggiando la sua sforzata conghiettura a ciò che nave naun tolta la u dicevasi dai Dorici nan. Checchè sia del suo nome, egli è certo che la novella città, reggendosi con le provvide leggi, che verso l’Olimp. XL vi dettava il famoso Caronda, divenne indi a non molto splendida e prosperosa, sì che Stesicoro, il quale, secondo Eusebio, morì nell’Olimp. LV, aveala prescelta per suo soggiorno; e verso quel tempo venivala sovente a visitare Senofane, famoso fondatore della scuola Eleatica.

Mancano le memorie intorno alle prime vicende della nostra città. Ci è noto frattanto che nell’Olimp. LXXVI, Gerone seniore tiranno di Siracusa, venuto in sospetto della fede de’ suoi abitatori, perchè di origine calcidica, obbligavali a ritirarsi in Leontino, e di cinque mila Peloponnesi e di altrettanti Siracusani ripopolandola, quasi di novella città stimandosi fondatore, ne trasmutava in Etna l’antico nome; ed egli medesimo, celebrando la vittoria riportata ne’ giuochi della Grecia, faceasi proclamar dagli araldi Gerone da Etna. Così divenuta provincia di Siracusa, videsi assoggettata a quelle medesime leggi doriche onde questa reggevasi, e fu governata da un Cromio, figliuolo di Agesidamo, amico di Gerone, il quale, avendo anch’egli vinto nella corsa de’ carri in Grecia, ebbesi pure il soprannome di Etneo.

Venuto a morte Gerone, la cui possa raffrenava ne’ greci sicilioti quell’amore di libertà che la filosofia di Pitagora e l’esempio degli Agragantini vi avean caldamente destato, sollevavansi gli animi de’ novatori a migliori speranze, e quindi poiché Trasibulo, successore del fratello Gerone, ma peggiore di lui ne’ vizi, non uguale nelle virtù, cadeva sotto il ferro de’ congiurati, correndo per l’isola tutta il grido di libertà, volgevansi i popoli a rivendicare le terre tolte lor da’ tiranni; e i Catanesi dopo quattordici anni di esilio, scacciati per forza d’armi gli usurpatori, tornavano alla patria desiderata,che ricuperava l’antico suo nome. […]

Domenico Lo Faso Pietrasanta Duca di Serradifalco, e Principe di S. Pietro

Domenico Lo Faso Pietrasanta Duca di Serradifalco, e Principe di S. Pietro

Veduta pittorica del teatro di Catana

Veduta pittorica del teatro di Catana

Veduta pittorica dell'anfiteatro di Catana

Veduta pittorica dell’anfiteatro di Catana

Veduta pittorica dell'Odeo di Catana

Veduta pittorica dell’Odeo di Catana

Veduta generale di Tindari

Veduta generale di Tindari

Silvia Calcagno, in “New Ceramics”, Höhe-Grenzhausen, gennaio-febbraio 2020 (versione italiana)

Le nuove opere tridimensionali Dirt, che accompagnano il grande pannello Zero esposto da Silvia Celeste Calcagno in San Pancrazio (il martire cui è dedicata la chiesa è uno dei “santi di ghiaccio”, quelli dell’ultimo freddo, con cui si apre la seconda decade di maggio) a Tarquinia, sono uno snodo straordinario del suo lavoro. [continua]

2020 Vision: Photographs, 1840s–1860s, Met, New York, sino al 10 maggio 2020

Il Met è nato nel 1870, proprio quando la grande novità della nostra cultura visiva e della tecnica moderna era la fotografia. Essa era appena nata, e già andava decidendo il proprio territorio d’immagine: l’arte stessa, il paesaggio, il ritratto, eccetera. [continua]

Dora Maar, Tate Modern, London, sino al 15 marzo 2020

Quando apre il proprio studio fotografico nel 1932, Henriette Markovitch decide che il proprio nome sarà Dora Maar. Ma soprattutto che esplorerà gli aspetti di frontiera dell’immagine fotografica [continua]

Heidi è un fenomeno globale, in “Il Giornale dell’Arte”, 402, Torino, novembre 2019

Non c’è più niente che ci facciamo mancare. Adesso è pure la volta del Landesmuseum di Zurigo che dedica una mostra a Heidi, quella cui sorridono i monti eccetera: ma non nella versione scritta e poi illustrata che pubblicò Johanna Heusser Spyri nel 1880, [continua]

Making Van Gogh, Städel, Frankfurt/Main, sino al 16 febbraio 2020

Il grande mercante berlinese Paul Cassirer organizza dal 1901 una serie di mostre di Van Gogh in Germania, tra le quali una nel novembre 1905 da Ernst Arnold a Dresda che influenza in modo decisivo la nascita della Brücke. [continua]

Vincenzo Gemito (1852-1929). Le sculpteur de l’âme napolitaine, Petit Palais, Paris, sino al 26 gennaio 2020, poi dal 15 marzo Capodimonte, Napoli

Le opere dei primi anni settanta di Gemito dicono del suo talento sorgivo, che una leggenda tenace ascrive a una sorta di scugnizzeria la quale pone il proprio vernacolo visivo di fronte agli esempi alti della scultura ottocentesca. [continua]

Johannes Itten: Kunst als Leben, Kunstmuseum Bern, sino al 20 febbraio 2020, poi Kunstforum, Bielefeld, dall’8 marzo 2020

Itten si sente, prima ancora che magister, maestro, ovvero portatore di un sapere problematico dell’arte fatto in se stesso forma dell’azione pittorica, in cui la realizzazione fisica dell’opera non ha luogo se non in modo accessorio. [continua]

Le Antichità della Sicilia esposte ed illustrate per Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco. Volume IV, Presso la Reale Stamperia, Palermo 1840

Fra le più vaste e rinomate città di che vantasi la Grecia, non avvene alcuna, tranne Atene, che possa uguagliarsi a Siracusa. Chiari argomenti di sua potenza ci apprestano il vederla sorger reina sulla maggior isola a que’ tempi conosciuta; [continua]

Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento, Aula Magliabechiana, Uffizi, Firenze, sino al 1 marzo 2020

L’Aretino è, insieme, un esponente perfetto del milieu rinascimentale maturo, e un guastatore capace di forzare i codici del bon ton intellettuale spingendoli ben oltre i limiti canonici. [continua]