De Chirico. Magische Wirklichkeit, Hamburger Kunsthalle, sino al 25 aprile 2021

Prima che tutto si perdesse nel frullatore pop che tutto banalizza, era opportuna una rimessa a punto della prima stagione di De Chirico, quella che lo vede passare dalle suggestioni sapienziali di Arnold Böcklin alla rivelazione della pittura metafisica.

De Chirico, La récompense du dévin, 1913

De Chirico, La récompense du dévin, 1913

Qui c’è la sua pittura, una volta tanto non sovrastata dalla figura ingombrante dell’artista ma messa lì, silenziosa e potente, a dire che nel primo novecento non tutto era intento avanguardistico ma riflessione e intuizione, davvero geniale, di un mondo coagulato in visione.

Gli umori tedeschi più che francofili di De Chirico, il quale pure trova in Francia la sua audience più affascinata, già di per se stessi denunciano un’intenzione en philisophe che senza proclami schianti i confini del dibattito così come vengono trattati nei cafés parigini. Non è un caso che siano gente come Grosz e Ernst, nutriti di latte tedesco, a intuire quanto profonde e di lungo respiro possano essere le immagini straniate dell’anomalo italiano.

De Chirico, Le vaticinateur, 1914-1915

De Chirico, Le vaticinateur, 1914-1915

In quel momento De Chirico è la mente più lucida dell’arte europea, che ragiona di un vedere che è faccenda tutta di mente e non di occhi, che usa la pittura senza farsi crucci disciplinari. Che la titolazione della mostra richiami la Wirklichkeit, cioè la nozione più ambiguamente problematica di realtà – Hegel docet – intona l’approccio critico di tutta l’operazione espositiva, che è tutto fuorché un’omologazione in odore di slogan.

Andrea Salvatori. Intorno a Michelangelo, varie sedi, Genova, Savona e Albissola, sino al 4 aprile 2021

La mostra celebrativa di Michelangelo organizzata al Palazzo Ducale di Genova ha generato un’iniziativa intelligente e saporosa: una serie di interventi di Andrea Salvatori, una delle figure più sofisticate e intelligenti della scultura ceramica contemporanea, disseminati in luoghi come le stanze di Pio VII nel Palazzo Vescovile di Savona, dove il papa fu per un tempo prigioniero di Napoleone, la cappella Sistina savonese – Sisto IV e Giulio II Della Rovere erano di qui –, casa Jorn ad Albissola Marina e altri.

Andrea Salvatori, Amore... ma che succede?, porcellana ready made e ceramica dorata, 2016. Ph. Omar Tonella-Federica Delprino. Courtesy l'artista

Andrea Salvatori, Amore… ma che succede?, porcellana ready made e ceramica dorata, 2016. Ph. Omar Tonella-Federica Delprino. Courtesy l’artista

Salvatori ha installato le proprie opere come accidenti acuminati, come glosse e postille fastosamente devianti, a partire da Big Testone, una replica della testa del David nella cui cavità fatta grotta siede una ninfa, esempio perfetto del suo meccanismo operativo.

Salvatori assume un’icona storico-artistica, non perde tempo né a renderle omaggio né a dissacrarla, pratica un détournement in cui si emulsionano originali, d’après, ricezionismi midcult assortiti, originali storici e parodie non banalizzanti, in un’emulsione che si regge sulla totale sprezzatura con cui Salvatori pratica l’arte antica e ispida della ceramica.

Andrea Salvatori, Davidiera, 2015, ceramica. Ph. Omar Tonella-Federica Delprino. Courtesy l'artista

Andrea Salvatori, Davidiera, 2015, ceramica. Ph. Omar Tonella-Federica Delprino. Courtesy l’artista

Ragiona di storia, storia dell’arte, midcult e kitsch, mettendosi non in cattedra ma preferendosi discolo intelligente che assapora la bellezza di stare dietro la lavagna per seminare le proprie schegge illuminanti. È un’operazione che vive di souplesse, felice e leggera, che dà anche una lezione d’arguzia a quanti sproloquiano da maestrini col dito alzato sull’innesto di opere contemporanee in contesti storico-artistici aulici.

Rodin / Arp, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino al 16 maggio 2021

Tra i numerosi accoppiamenti impertinenti che spesso le mostre ci propongono, questo “Rodin / Arp” è invece perfetto e cruciale, dal momento che, se si esce dal luogo comune di un Arp appiattito sulla sua nascita dada, tra i due artisti si assiste addirittura a una continuità concettuale e problematica ad alto grado.

Auguste Rodin, Torse d’Adèle, 1882 © Musée Rodin (photo Christian Baraja)

Auguste Rodin, Torse d’Adèle, 1882 © Musée Rodin (photo Christian Baraja)

L’approccio di Rodin alla forma è, in fondamento, genetico: ovvero, seguendo i corsi introversi e problematici del suo disegnare, ne trama i movimenti vitali espansivi che decidono la forma nello spazio, l’energia formativa. Quando Arp nei decenni maturi utilizza la metafora della formazione naturale e si dedica alle sue esplorazioni biomorfe, affermando “non vogliamo riprodurre, vogliamo produrre, produrre come una pianta produce un frutto”, trova un affine passo formativo ma ancorandolo alla realtà esperibile della generazione naturale: con, in più, la faglia concettuale che si tratta di un generare non necessario e conseguente, ma nel quale il principio naturale ingloba anche le eccezioni, gli accadimenti, gli accidenti anche, del fare arbitrario dell’umano.

Arp, Sculpture automatique (Hommage à Rodin), 1938

Arp, Sculpture automatique (Hommage à Rodin), 1938

Senza porsi effettivi problemi tra art concret e astrazione, Arp rimonta al fondamento di un astrarre che, più che alle sembianze del naturale, entra in consonanza con il flusso intimo che approda a una forma che sia sempre momento/pausa delle forme vitali possibili.

È straordinario constatare che proprio un artista che ha conosciuto la negazione radicale di dada se ne sia servito, riguardando Rodin, per decantare e distillare un apparato concettuale puro, sorgivo, che ritrova, soprattutto, il perché primario delle forme.

Il primo nei neon, in “Il Giornale dell’arte”, 412, Torino, novembre 2020

E pensare che quando espose le sue prime opere con i neon colorati – era la fine dei ruggenti anni sessanta – sembravano una novità. [continua]

Forgioli, catalogo, Museo Butti, Viggiù, 16 giugno – 19 luglio 1984

Scontato, nel caso di Forgioli, richiamare in campo il naturalismo. Le ragioni congenite ci sono, bardate del solito armamentario di lucori lombardi, sensi terragni, cromosomi foppeschi, bisogni o nostalgie presunte di riconoscibilità, di figura. [continua]

Edward Falkener, Ephesus and the Temple of Diana, London, Day & Son, 1862

It is wonderful to consider, as we walk through this vast metropolis of the present day, that cities of antiquity as large as London have once existed and disappeared, leaving not a trace behind; [continua]

Almeno non mi hanno arrestato, in “Il Giornale dell’arte”, 412, Torino, novembre 2020

Almeno non mi hanno arrestato. Magra consolazione, visti i quasi cinque anni e mezzo di groppo continuo allo stomaco e la folla di seghe mentali con cui ho convissuto, e tutte le cose umilianti che ho affrontato nel mio lavoro: non scorderò mai l’espressione di una magistrata tosta che mi voleva incaricare di una consulenza importante – mi considerava uno studioso serio e autorevole, pensa un po’ – alla quale dovetti raccontare che ero sotto processo per associazione a delinquere. [continua]

Rajlich: “Noir Lumière”, in Tomas Rajlich: Black Paintings 1976-79, a cura di M. Robecchi, catalogo ABC Arte, Genova, ottobre 2020

Malevič, Reinhardt, forse il Rauschenberg dei Black paintings, 1951, il già eccentrico Rothko dei Black-Form paintings, 1964, e dintorni. [continua]

Kiefer e la «sindrome Pompidou» di Macron, “Il Giornale dell’Arte”, edizione online, 23 novembre 2020

Non per fare paragoni, ma in verità proprio per farli: tanto un annetto fa si storceva la bocca di fronte al mazzo di fiori ridondante e retoricamente vacuo di Jeff Koons piazzato dalle parti del Petit Palais, altrettanto oggi tocca dire, di fronte all’installazione di Anselm Kiefer e Pascal Dusapin al Pantheon parigino, “chapeau” senza se e senza ma. [continua]

Per la scoperta di una zona d’immagini, 9 dicembre 1956

Senza mito non si dà arte. L’opera d’arte trae la sua occasione da un impulso inconscio, origine e morte di un substrato collettivo, ma il fatto artistico sta nella consapevolezza del gesto; [continua]

Ieri è morto Filippo Gambari. Ci conoscevamo da una vita: nato un mese e mezzo dopo di me, ci eravamo addirittura incrociati senza ancora conoscerci – due scuole, una commissione d’esame – alla maturità. [continua]

Una cupola per ombrello, in “Il Giornale dell’Arte”, 411, Torino, ottobre 2020

Tra le cose bizzarre che potevano accadere in un giorno di questo strano agosto, c’è stata anche quella di trovarmi a Saronno, cittadina ridente non lontana da Milano, con un paio di ore libere da sfruttare. [continua]