Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia
Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia, Abscondita 2011
Longhi pubblica Gentileschi padre e figlia nel 1916, quando ancora il marasma di conoscenze intorno al primo ‘600 è alto, e manca all’appello una messe di notizie e documenti oggi correnti: ma, della nostra coscienza del caravaggismo, è pietra miliare.
La premessa è d’obbligo per valutare l’importanza delle riflessioni di Longhi a prescindere dall’apparato delle ipotesi su cui fonda la sua architettura interpretativa. Al di là delle attribuzioni – oggi in gran parte modificate – che ancora faticano inevitabilmente a delineare una trama credibile di personalità e rapporti, gemme straordinarie restano le intuizioni sui singoli testi pittorici, le illuminazioni a partire dalle quali è stato possibile orientare gli studi.

Orazio Gentileschi, Giuditta e l'ancella, 1608-1609
L’intendimento di Orazio è arduo, proprio per la difficoltà d’allora di districarsi fra troppi materiali incerti: ma perfetta è l’identificazione del suo “filtro sottile ove passano le paste schiette di Caravaggio, spolverandosi d’ombre morbide”, quasi d’umore veneziano, e dei suoi “lampi d’arte” che s’innalzano ben al di sopra dello “chic formale di stampo ‘barocco’” che lo circonda soprattutto nel suo tempo londinese.
Di Artemisia, Longhi testimonia primariamente il farsi esente da ogni sospetto di peinture de femme, tanto da essere “l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane; e ai suoi tempi non si potrebbe trovarle paragone che in Giuditta Leyster”.
Sono le fondamenta, queste, tra le altre, della straordinaria costruzione di un ‘600 finalmente restituito alla cultura novecentesca di cui Longhi è stato, e in tempi precocissimi, artefice.




