Alphonse Mucha, Musée du Luxembourg, Paris, sino al 27 gennaio 2019

Nato illustratore, quando negli ultimi giorni del 1894 Alfons Mucha incontra Sarah Bernhardt, che vuole una nuova affiche per  il dramma Gismonda, inventa un’immagine che fa epoca,  per quel formato stretto ma alto oltre due metri in cui campeggia, solitaria e ieratica, la figura dell’attrice come fosse un brano trasognato di mosaico bizantino tradotto in trepidi toni pastello.

Mucha, Les Saisons, l'été, 1896

Mucha, Les Saisons, l’été, 1896

Uomo di gusto ma dalle intuizioni sofisticate, l’artista mescola tratti quasi canditi che gli vengono da esempi come Helleu alle intuizioni nuove dell’avanguardia: in testa Paul Gauguin, con il quale per un tempo condivide lo studio e che posa per lui.

Non si vuole pittore, ancora. Molto assorbe del japonisme e del primo gusto liberty, e dal 1895, quando è una delle star dell’affiche, lo stile Mucha detta legge. Che egli passi alla decorazione tout-court, e alla pubblicità, è nell’ordine delle cose: e il progetto per la nuova boutique del gioielliere Georges Fouquet, di cui progetta ogni singolo dettaglio, è una piena opera d’arte in misura d’ambiente.

Venuti gli anni del grande potere contrattuale, Mucha può dar corso a un altro grande progetto, affiancare la nascita della sua Cecoslovacchia con una Epopea slava che, tra allegoria e pittura di storia, ne celebri i fasti.

Mucha, Femme à la marguerite, 1900

Mucha, Femme à la marguerite, 1900

Nel 1928 l’Epopea slava viene donata ufficialmente alla città di Praga, e nel 1931 la “seconda vita” di Mucha giunge a compimento quando egli realizza una nuova vetrata per la cattedrale di San Vito, l’edificio gotico considerato il tabernacolo dell’identità ceca.

Mauro Folci, Vacanze, Quodlibet 2018

Il libro è una raccolta preziosa, soprattutto perché Folci da sempre indaga, con piglio politico agguerrito e con lucida sottigliezza intellettuale, le condizioni in cui il linguaggio stesso è tenuto in ostaggio, e ridotto a merce, nella situazione contemporanea.

Folci, Noia, 2009

Folci, Noia, 2009

Il suo sottrarsi stesso alla produzione di oggetti – e in ogni caso alla mercificazione del creare – in favore della costruzione di situazioni è stata, sin dagli inizi, una scelta radicale e delibata, mentre il riecheggiare forme situazioniste, a cominciare dall’impiego della struttura di uno straniato fotoromanzo, è un’evocazione non banale di certi climi debordiani.

Ciò che resta delle operazioni di Folci sono soprattutto documenti, e dunque il libro è la forma più pertinente di raccolta e ordinamento. In qualche modo, questo è il suo deviante catalogue raisonné.

Performer filosofante, capace di oltranze postdadaiste – ma bisogna pensare a Berlino più che a Parigi – e di effettive contaminazioni tra vita e arte sino farsi arrestare come clandestino – lui bianco, alfabetizzato, nato in un paese evoluto – a Caracas, perché si è sempre i clandestini di qualcun altro, Folci non è qualcuno che usa la politica per farne arte. Lui pensa e fa, sempre, politica.

Le crocchette davanti ai gatti imbalsamati, in “Il Giornale dell’Arte”, 388, Torino, luglio-agosto 2018

L’hanno celebrato in un museo autorevole ma la cosa non è che gli abbia portato fortuna, al povero Mohamed Salah: il quale la finale della Champions League non solo l’ha persa, ma s’è pure fatto male e ne ha giocato solo un pezzettino.

Salah è un calciatore egiziano, gioca nel Liverpool e a forza di far gol, 32 per l’esattezza, quest’anno è assurto a molto più del titolo di capocannoniere che gli è spettato nel campionato inglese. È diventato l’oggetto di una mitizzazione assoluta, l’eroe nazionale di un Egitto che altre gran ragioni per gioire, di questi tempi, non ne ha molte, e ovviamente di tutti gli egiziani della diaspora sparsi qua e là per l’Europa.

Salah al British Museum

Salah al British Museum

Quindi idolatria tutto l’anno, sino al fatidico giorno 17 maggio in cui è stato addirittura proclamato idealmente erede degli antichi faraoni dal museo per eccellenza, il British, con l’esposizione dei suoi scarpini collocati graziosamente in un’apposita teca tra le pietre millenarie dei suoi antenati.

Li hanno messi lì, in bella vista sotto il busto colossale di Ramses II, blu e celesti a luccicare come reperti monumentali della nuova storia. Guarda caso, lo scatto fotografico diffuso dal museo pare celebrare prima di tutto il brand del fabbricante degli scarpini medesimi, giusto per inacidire ulteriormente tale commistione tra sacro e profano (e questi monumenti antichi non sono solo sacri per la storia dell’arte, erano proprio opere sacre) e toglierci ogni dubbio sull’innocenza dell’intento degli organizzatori.

A parte i soliti pensieri, che si son fatti quotidiani, sul fatto che ormai i musei pur di far notizia e attrarre pubblico, quindi denaro, a qualsiasi costo, sono disposti ad abbassarsi a ogni compromesso con il potere delle corporations e con l’onnipotenza dei social media – magari tra un po’ nella stessa sezione egizia esporranno nuove confezioni di crocchette davanti ai gatti imbalsamati, chissà – l’iniziativa mi ha fatto ricordare un racconto che, decenni fa, mi fece il grande Eugenio Battisti ai tempi in cui insegnava alla Penn State University. Perché, si era chiesto insieme ai suoi studenti, tanta gente di estrazione popolare e cultura limitata si riversava nei week-end al Metropolitan di New York? Preparò un questionario e una gran parte delle risposte riguardò una bizzarra ma precisa ragione identitaria: se eri uno sfigato immigrato italiano, greco, tedesco, eccetera, guardando tutti quei wasp benvestiti che rendevano omaggio ai “tuoi” artisti godevi come un riccio, perché ti sentivi un po’ più aristocratico di loro alla faccia delle tue pezze al culo.

Non so se i curatori e quelli del marketing del British abbiano fatto un ragionamento così sofisticato – che è a un dipresso, con tutte le sfumature del caso, quello nobile che ha ispirato al direttore dell’Egizio di Torino Christian Greco iniziative sulle quali ha sproloquiato una marea di fessi parlanti – ma quel ch’è certo è che uno chiaro, e perfettamente pop, l’hanno fatto i produttori dei suddetti scarpini.

“Felice il paese che non ha bisogno di eroi!”, esclama il Galileo di Brecht. Posto che un calciatore possa essere considerato tale, non l’Egitto magari di un Salah eroizzato, ma di testimonial gli scarpini certo sì, hanno sempre bulimicamente bisogno.

Poi sfiga vuole che, manco a farlo apposta, pochi giorni dopo ad affossare il trionfo del simbolo del nuovo Egitto, ancorché accasato a Liverpool, sia stato il maledetto Gareth Bale del Real Madrid vincitore, proprio un gallese alto, biondastro e dall’occhio ceruleo: che a ogni buon conto calza scarpe della stessa marca, casomai quelli della sezione celtica vogliano replicare. È proprio vero: la storia, certe volte, non fa il suo dovere.

Fulvio Roiter. Fotografie 1948 – 2007, Palazzo Ducale, Genova, sino al 24 febbraio 2019

Il dopoguerra fotografico è, a Venezia, quello di Paolo Monti, fondatore nel 1947 del circolo fotografico La Gondola, e di Fulvio Roiter, uno dei primi aderenti: seguirà, poco dopo, Gianni Berengo Gardin. [continua]

Surrealismus Schweiz, Aargauer Kunsthaus, Aarau, sino al 2 gennaio 2019

Vuoi perché molti dei più promettenti artisti svizzeri erano attratti inevitabilmentre da Parigi e da Monaco, vuoi perché i fatti della prima guerra mondiale ne hanno fatto – dal Cabaret Voltaire a Monte Verità – un polo primario dell’orizzonte dada, [continua]

Balthus, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino al 1 gennaio 2019

Il prestigio di Balthus era stato un po’ travolto, in tempi di un politicamente corretto spesso becero, dagli sproloqui intorno alla sua presunta pedofilia. [continua]

Robert Delaunay et la Ville Lumière, Kunsthaus Zürich, sino al 18 novembre 2018

“Ciò cui attribuisco una grande importanza è l’osservazione del movimento dei colori. Solo così ho ritrovato le leggi dei contrasti complementari e simultanei dei colori che nutrono il ritmo stesso della visione. [continua]

Forgioli. Il disagio del colore, Mazzotta, Milano 1986

È difficile il percorso per chi, come Forgioli, cerchi identità e intensità della propria fisionomia d’arte, sul volgere finale degli anni Cinquanta. Formalismo, segno, gesto, superficie, organico, esistenziale… [continua]

Almost Alive. Hyperrealistische Skulptur in der Kunst, Kunsthalle Tübingen, sino al 21 ottobre 2018

Dopo “Like Life” al Met e la mostra a Orsay sulla rinascita della scultura policroma nell’ottocento, ecco la declinazione ulteriore di un’ossessione evidentemente sempre più precisa. [continua]

Alberto Giacometti, Non so più che sono, c. 1960, in Scritti, Milano 2001

Non so più chi sono, dove sono, non mi vedo più, so­no convinto che il mio viso debba apparire come una va­ga massa biancastra, esangue, che si tiene assieme soste­nuta da vecchi stracci informi che cadono sino a terra. Apparizione malcerta. [continua]

Le Talisman de Paul Sérusier, une prophétie de la couleur, Musée de Pont-Aven, sino al 6 gennaio 2019

Vera celebrazione della stagione irripetibile di Pont-Aven, la mostra si centra su L’Aven au Bois d’Amour, quadretto di Sérusier che passerà alla storia come Le Talisman. [continua]

Era callipigia. Ma Berlusconi dove guardava?, in “Il Giornale dell’Arte”, 387, Torino, giugno 2018

Sta per giungere a compimento un decennale, meno importante di altri, certo, ma che continua a fare una gran rabbia. [continua]