Franz Marc / August Macke. L’aventure du Cavalier bleu, Orangerie, Paris, sino al 17 giugno 2019

Franz Marc e August Macke, morti rispettivamente nel 1916 e 1914, non sopravvivono alla guerra mondiale, ma il loro percorso interrotto li fissa come figure emblematiche dell’espressionismo tedesco.

Franz Marc, Il sogno, 1912

Franz Marc, Il sogno, 1912

La fascinazione da cui muovono è quella della triade anomala Cézanne, Van Gogh, Gauguin, che apre allo scrutinio pittorico e insieme alla ricerca essenziale dell’immagine, una sorta di neoprimitivismo in cui, una volta tanto, meno contano le arti extraeuropee e più il meno appariscente immaginario folklorico.

La stagione del Blaue Reiter è, ormai è noto, la fucina di molto: per Marc è la via d’una scomposizione cromatica che muove dal primo Braque e passa per Delaunay e il futurismo, verso orizzonti che mai sapremo; per Macke è un atteggiamento meno schiarito ma ancora di ricerca e non privo di tenerezze, un’astrazione che lo imparenta più con Klee, in quel momento ancora marginale rispetto alle strategie del gruppo, e il suo immaginario straniato e fervido.

August Macke, Forme colorate, 1913

August Macke, Forme colorate, 1913

Il destino li fissa così, alle soglie d’un futuro che non si presenterà, ma già maturi e protagonisti d’una deroga poetica dalla visione che non è forzatura mimetica ma ad altro guarda, soprattutto alla capacità del colore di farsi esperienza intensa, e luce.

Postilla per Renzo Ferrari, in Renzo Ferrari. Rabisch. Opere 2003-2019, Galleria La Colomba, Lugano, 16 marzo – 23 aprile 2019

Questa serie di dipinti di Renzo Ferrari, una sorta di cavalcata rimuginante negli ultimi quindici anni del suo lavoro, dice molto del suo pensare, e fare, pittura.

Renzo Ferrari, Stilleben neige, 2007

Renzo Ferrari, Stilleben neige, 2007

Sino a che punto, egli si chiede, ha senso ormai praticare la Falsche Sprache rituale della pittura quando, come scrive Chuck Palahniuk, “nessuno di noi ha più una lingua madre”, quando, avverte un altro scrittore, Don DeLillo, non c’è vera differenza tra “le tue idee, o un grafico al computer delle tue idee”, ed è in dubbio la verità stessa dei significati a prescindere dalla loro falsificabilità per trasformarli in senso?

Ferrari viene da lontano, si è liberato delle estetiche e vive lo spazio del dipingere come, ha scritto egli stesso, “luogo di precarietà e di squilibrio esistenziale”. Dunque coagula figure di contraddizione, di conflitto, corrodendo e smembrando brandelli di rappresentazione, parificando figure e inserti verbali (del resto, sin dal Medioevo in Francia “escrire” significa comunque, come negli strepitosi fitti ossessivi taccuini di Ferrari, tracciare, disegnare, dipingere) in una sorta di dismisura compositiva che segue il tempo dell’urgenza digrignante dell’interrogazione, della sovversione dell’enunciare.

Un tempo le forme sapevano un’identità, ora dubitano esse stesse di un’esistenza possibile, di un sussistere che non sia quello pericolante in cui si vedono qui costrette: ma qui sono, comunque, impure e radianti come segni primitivi, rayonnants della propria rabbiosa determinazione a scardinare.

Renzo Ferrari, Per Hodler, la notte, 2018

Renzo Ferrari, Per Hodler, la notte, 2018

Ferrari agisce in pittura picchi di concentrazione esistenziale, senza blague e senza cinismi, lavora continuamente dicendosi, con l’Eliot della Waste Land, “Son of man, / You cannot say, or guess, for you know only / A heap of broken images”, continuando però a sapersi “son of man”, e a rivendicare una responsabilità d’artista anche assistendo all’apocalisse della modernità.

Il suo percorso in questi anni non è, beninteso, né ideologico né si ammanta di intenti predicatori. Il suo estremo e feroce interrogare l’immagine sino a renderla in un’espressività retta dalla pura movenza energetica e dissolutoria dei gesti, che si danno per materie aspre e brillanti, combuste ma non domate, non è che un modo altro di testimoniarne la specifica deriva, assorta in una nerità irrevocabile ma tesa su una non vinta capacità vitale.

Il cambio di registro che egli affronta riguarda il non chiedersi più come debba e possa porsi la pittura di fronte al mondo, ma quale sostanza e verità del mondo la pittura sia in grado ancora di intuire e pronunciare. E pratica una sovversione che non è del far vedere, ma una mimesi discrepante delle fattezze stesse del mondo, come decifrandone le faglie, i punti di frattura intrinseci.

Verrocchio. Il maestro di Leonardo, Palazzo Strozzi, Firenze, sino al 14 luglio 2019

Scrive Vasari, dicendo dell’alunnato di Leonardo presso il Verrocchio e del Battesimo di Cristo per San Salvi, ora agli Uffizi, che “benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera che molto meglio de le figure d’Andrea stava l’Angelo di Leonardo. Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui”.

Verrocchio, San Girolamo, 1465-1470

Verrocchio, San Girolamo, 1465-1470

È naturalmente una narrazione con coloriture, ma indica come in quel 1475 non solo il Verrocchio manifesta l’opzione definitiva per la scultura – in quegli anni lavora all’Incredulità di san Tommaso per Orsanmichele, poi si dedicherà al geniale Colleoni veneziano – ma anche che da quel momento la sua cerchia di adepti ben poco ancora ha da imparare in pittura: e sono Leonardo, Perugino, Ghirlandaio, Bartolomeo della Gatta, Lorenzo di Credi.

Delle celebrazioni leonardesche, questa è una delle più appropriate, perché radiografa un contesto di modi e ragionari sull’arte già altissimi in quella stagione di cambio generazionale, che spiega perché in tale humus, tutto fiorentino, abbia potuto maturare il genio estraneo di Leonardo.

Verrocchio, Incredulità di san Tommaso, 1467-1483

Verrocchio, Incredulità di san Tommaso, 1467-1483

E mostra adeguatamente perché Verrocchio sia uno snodo decisivo in un altro fatale senso. Il suo discendere da Donatello e il suo guardare a Desiderio da Settignano, le sue oltranze anche tecniche nel bronzo, decidono l’ossessione dell’allievo per il “cavallo di bronzo, che sarà gloria immortale et aeterno honore de la felice memoria del Signor vostro patre et de la inclyta casa Sforzesca”, come Leonardo scrive a Ludovico il Moro nei primi anni ottanta, che sarà il vero filo conduttore della sua vita tutta di artista.

Guido De Zan. Un’idea di leggerezza. Ceramiche 1978-2018, a cura di Anty Pansera e Eugenio Alberti Schatz, Corraini 2019

Appartato, silenzioso, operosissimo, Guido De Zan è un ceramista felicemente anomalo nel panorama europeo, dal momento che nasce sociologo e arriva all’arte per vie proprie, [continua]

Dorothea Tanning, Tate Modern, London, sino al 9 giugno 2019

Dorothea Tanning conosce Ernst alla galleria di Julien Levy a New York. Levy è lo storico mercante dei surrealisti, dal quale il pittore si è allontanato solo momentaneamente durante il matrimonio con Peggy Guggenheim. [continua]

Moroni: The Riches of Renaissance Portraiture, The Frick Colletion, New York, sino al 2 giugno 2019

Nel Discorso del 1582 Gabriele Paleotti scrive: “si dovria curare ancora che la faccia o altra parte del corpo non fosse fatta o più bella o più grave o punto alterata da quella che la natura in quella età gli ha conceduto, anzi, se vi fossero anco defetti, o naturali o accidentali, che molto la deformassero, né questi s’avriano da tralasciare”. [continua]

Lucio Fontana. Le due Pietà per il Duomo di Milano, Museo Diocesano, Milano, sino al 5 maggio 2019

Reduce dai progetti per la quinta porta del Duomo, e implicato in esperimenti di misura architettonica fondamentale, l’Ambiente spaziale con forme spaziali e luce nera del 1949, i primi lavori con fori, il grande soffitto di neon per lo scalone della IX Triennale milanese del 1951, per un tempo Fontana realizza alcune opere d’impronta sacra di rara qualità. [continua]

Ferdinando Scianna, Galleria d’arte moderna, Palermo, sino al 28 luglio 2019

Scianna è, da mezzo secolo, un grande fotografo, della stirpe di Cartier-Bresson e di coloro che viaggiano il mondo per cogliere i momenti che danno un senso alla realtà. [continua]

La Collection Courtauld: le parti de l’impressionnisme, Fondation Louis Vuitton, Paris, sino al 27 giugno 2019

Samuel Courtauld è stato un collezionista atipico per i suoi tempi, e per i nostri. Perché non era un commilitante degli artisti ma neppure uno speculatore o un cacciatore di status symbol, [continua]

Antoni Tàpies. Biografia política, Fundació Antoni Tàpies, Barcelona, sino al 17 febbraio 2019

Nel 1966 Tàpies inizia a scrivere le sue memorie, e nel 1977 pubblica Memòria personal. Fragment per a una autobiografia. Francisco Franco è morto da due anni e la data segna uno spartiacque nella vita della Spagna tutta. [continua]

Come in Italia: un teatrino cinico solo per la tivù, in “Il Giornale dell’Arte”, 393, Torino, gennaio 2019

Il presidente francese Macron annuncia urbi et orbi che ha deciso di restituire al Bénin, vecchia colonia francese quando si chiamava Dahomey, ventisei opere conservate al Musée de Quay Branly, e le reazioni sono d’ogni genere. [continua]

Foujita. Œuvres d’une vie (1886-1968), Maison de la Culture du Japon, Paris, sino al 16 marzo 2019

Foujita arriva a Parigi nel 1913 ed entra subito nella Montparnasse mitologica di Modigliani, Soutine, Chagall, Léger, Brancusi, ma soprattutto delle donne fascinose e inquiete: l’immancabile Kiki de Montparnasse, Fernande Barrey, Lucie Badoud detta Youki, Madeleine Lequeux, tra le molte altre. [continua]