Io sono una poesia. Parole sui muri e le arti negli anni Sessanta tra Modena e Reggio Emilia, Musei Civici, Modena, sino al 5 maggio 2019

Non è un “come eravamo”, ma la ricapitolazione dei semi che in quel decennio si sparsero a piene mani e che poi variamente hanno fruttificato, nonostante il progressivo inaridirsi del terreno su cui erano attecchiti.

Omaggio a Piero Manzoni. Entra nel cerchio. Diverrai un'opera d'arte permanente, Parole sui muri, Fiumalbo 1967

Omaggio a Piero Manzoni. Entra nel cerchio. Diverrai un’opera d’arte permanente, Parole sui muri, Fiumalbo 1967

L’evento simbolo del decennio è “Parole sui muri”, che si tiene nel 1967 e 1968 a Fiumalbo, pacifico centro di villeggiatura del Frignano in cui un sindaco, Mario Molinari, che non solo sapeva chi fosse Antonio Delfini ma ne era stato anche amico, decise una precoce opera di coinvolgimento del paese tutto in un happening poetico che raccogliesse autori d’ogni dove in una specie di adunanza giocosa e intelligente. Corrado Costa, Claudio Parmiggiani e Adriano Spatola, cervelli vivi in quella terra vivissima che si estendeva tra Modena e Reggio, invitarono un centinaio di autori. Molti vennero di persona, altri mandarono lavori. L’elenco è impressionante, da grandi vecchi come Pound e Fontana agli esponenti della galassia variegata tra poesia concreta, Fluxus e nuovi radicalismi, Alain Arias Misson, George Brecht, Ben Vautier, Timm Ulrichs, Henri Chopin, Jiri Kolàr tra i molti.

Era tra l’altro il documento eloquente della maturazione di una generazione modenese irripetibile, Franco Vaccari, Carlo Cremaschi, Cesare Leonardi, Giuliano Della Casa, Gianni Valbonesi, Franco Guerzoni, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Bonvi, Guido De Maria, i Nomadi, l’Équipe 84, Francesco Guccini, Oscar Goldoni direttore memorabile della pionieristica Sala di Cultura. E passavano da quelle parti il Living Theatre e Dario Fo, mentre a un altro livello a progettare architetture erano BBPR, Giò Ponti, Albe Steiner.

Franco Vaccari, Biljana Tomić + poesia concreta, Parole sui muri, Fiumalbo 1968

Franco Vaccari, Biljana Tomić + poesia concreta, Parole sui muri, Fiumalbo 1968

Di quel mondo Fiumalbo è stato il reagente definitivo, un episodio che aveva i caratteri perfetti dell’improvvisazione, della marginalità, e insieme della crucialità di un’intuizione di cui si si sarebbe resi conto solo molto dopo, quando forse molti buoi erano scappati dalla stalla.

Alessandro Guerriero, in “Fragile”, 3, Milano, 2018

Alessandro Guerriero irrompe sulla scena creativa nel 1975 quando apre, con alcuni compagni di strada, Alchymia, che subito modifica il nome in Alchimia. All’inizio non si capisce bene cos’è, ma è ben chiaro ciò che, nel panorama algido del design milanese, non vuole essere.

Alchimia, Arredo vestitivo, 1982

Alchimia, Arredo vestitivo, 1982

Guerriero ha scelto deliberatamente di non laurearsi in architettura, nello spazio di via dell’Orso a Milano (il primo, verranno poi quelli in foro Bonaparte e in via Gabba) organizza mostre – memorabili la personale di Nazareno Noja e “Censimento della valigia” – e si tiene lontanissimo da esibizioni di professionalismo, di tecnocrazia, di stile. Si fa, piuttosto reagente critico e ironico, innesco dubitante di contraddizioni intellettuali, adunatore di spiriti lucidi e dispettosi, attivatore di esperimenti intorno alla sostanza e alla ragione del design stesso, catalizzatore di un’“arca di Noè” – così la chiama agli inizi – in cui c’è gente che agisce criticamente piuttosto che secondo norma, che guarda altrove quando tutti sembrano seguire una sola idea (idea?): nell’arca ci sono, dichiara nel 1978, “Noja, Mendini, Scolari, Sottsass, Raquel Welch (perché no?) e pochi altri”: e subito s’aggiungono Paola Navone, Daniela Puppa, Riccardo Dalisi, Franco Raggi, Cinzia Ruggeri, UFO, Michele De Lucchi, ma anche, tra gli altri, Occhiomagico, coautore nel 1982-1983 di una serie di copertine fotografiche memorabili per “Domus”, e i teatranti di Magazzini Criminali.

Alchimia ha una verve dissolutoria e impertinente più che distruttiva, coltiva con sagacia una dimensione che Mendini dirà “giocattolosa”, ovvero libera e leggera, nutrita d’immaginazione ipertrofica, di una facoltatività che guarda diversamente il mondo, lo reinventa e insieme lo interroga e lo ripensa, perché in radice agisce in modo lucido e, con levità non predicatoria, serio.

Mendini e Guerriero, Mikiolone, 2011

Mendini e Guerriero, Mikiolone, 2011

I suoi autori praticano in prima istanza il disegno, non solo perché il disegno è per antonomasia spazio di libertà e invenzione, ma anche perché si pensa e si fa oltre ogni confine disciplinare e ogni specializzazione, è pariteticamente territorio di pittura e di architettura, design e teatro, ed è contraddistinto da una forma di gratuità, meglio di indifferenza funzionale, che ha il coraggio anche della banalità ma che in compenso valorizza le misure pur minime del pensiero, i brividi intellettuali e di gusto, ponendosi e ponendo, senza necessariamente dar risposte, questioni cruciali come la sostanza della tradizione, della memoria, delle effettive condizioni soggettive del vivere, di un elementare “abitare poeticamente” a partire dall’espressione della propria indefinibile, fluida, frammentata identità. “Sono un progettista che applica all’architettura e al design certi metodi tipici del comportamento dell’artista, e viceversa, sono un pittore che per dipingere usa certi metodi tipici del progetto”: così Guerriero.

Senza parere, molta carne vien posta al fuoco da Alchimia, sia quando all’apparenza conduce battaglie eccentriche (la crucialità del decorare, ridefinito a comprendere uno spettro di possibili ben più ampio della sua accezione storica, e il redesign, ad esempio) sia quando valorizza il contributo plurimo di autori, dagli artisti agli artigiani, in pratiche che anonimizzano il protagonismo autoriale dei singoli, sia quando ancora, anticipando l’air du temps, nel 1988 concepisce “Ollo”, “rivista senza messaggio” a fogli mobili e priva di testi, come un’aggregazione morenica e divagante di suggestioni e spunti. Guerriero proclama conclusa l’esperienza di Alchimia nel 1992 (“Io l’ho fondata e io l’ho affondata”, dice Guerriero) per espanderne e insieme precisarne le ragioni essenziali. Dà vita nel 1995 al Futurarium, “fabbrica estetica” per cui il design “deve essere consapevole che il gradiente di poesia e il peso specifico etico presente in un oggetto sono gli elementi che ne guidano la selezione e che accreditano soltanto alcuni oggetti a entrare con dignità nel nostro nuovo millennio”, e poi ancora a TAM-TAM, scuola che “non ha struttura, è amorale, originale, discontinua, classica, destrutturata. Non è collettiva, non è obbligatoria, non è autoritaria, non è borghese, non è operaia, non è ideologica”, e che non ha un dove ma un forte perché, inderogabilmente critico e autocritico.

Sedia autoritratto, workshop Sacra Famiglia, Cesano Boscone, 2015

Sedia autoritratto, workshop Sacra Famiglia, Cesano Boscone, 2015

Anche adesso si continua a non sapere bene che cosa faccia Guerriero, ma sì cosa non voglia fare: ha fondato tra l’altro nel 1997 la Cooperativa del Granserraglio con i detenuti milanesi, poi alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone ha coinvolto le persone con disabilità in altri progetti in cui l’imperfezione, la fragilità diventa infine meravigliato valore.

Perfetta è la descrizione che della sua figura ha dato Stefano Mirti: “Mentre tutti i suoi colleghi erano impegnati con grande metodo a diventare maestri, grandi maestri, eccellenze, eminenze, escrescenze, lui era sempre impegnato a inventare un’altra cosa”, perché la sua strategia è “giocare con il paradosso, far finta di essere da un’altra parte (mentre in verità si vive in un altrove perenne inaccessibile ai più)”.

Il tempo e lo spazio di Francesco Leonetti, Fondazione Mudima, Milano, sino al 31 gennaio 2019

Leonetti è stato un intellettuale complicato. Complicato perché non era un clericus, perché si contaminava in molti modi e in molti mondi, perché non costruiva con astuzia e pazienza la propria immagine ma interrogava se stesso e il mondo anteponendo la curiosità, la sperimentazione, un engagement antiretorico, a ogni senso d’opportunità e di statuto professionale.

Paola Mattioli, Francesco Leonetti, 1977

Paola Mattioli, Francesco Leonetti, 1977

Da poco più di un anno è mancato, e opportunamente si inizia a fare il punto sugli itinerari non lineari del suo percorso: sodale di Pasolini (con il quale, e con Roversi, fonda nel 1955 “Officina”) e attore in alcuni dei suoi film, partecipe dell’esperienza de “Il Menabò” di Vittorini e Calvino, poi inventore di riviste variamente outrées, da “Che fare” ad “Alfabeta”, saggista e compagno di riflessioni di Arnaldo Pomodoro, e molto altro.

Ce n’è abbastanza per iniziare non solo a capire molto del suo atteggiamento intellettuale, ma anche a restituirgli il peso che questo tempo di mediocri compounds intellettuali non è in grado di decifrare.

Officina, n. 1, 1955

Officina, n. 1, 1955

La chiave di lettura più suggestiva è che per sei decenni, mentre tutti i suoi colleghi erano impegnati con grande tenacia a diventare maestri ed eminenze, lui era sempre da un’altra parte, a scoprire o a inventare o a fare un’altra cosa. Complicato, ma vero.

Statuaria neoeroica, in “Il Giornale dell’Arte”, 392, Torino, dicembre 2018

E chi glielo doveva dire, a Policleto e a Mirone, che tutti questi secoli dopo saremmo stati ancora qui a erigere statue agli atleti vittoriosi? [continua]

Les Nadar, une légende photographique, BNF François-Mitterrand, Paris, sino al 3 febbraio 2019

Félix Tournachon Nadar (1820-1910), suo fratello Adrien Tournachon (1825-1903) e suo figlio Paul Nadar (1856-1939) hanno incarnato il primo momento, altissimo, della consapevolezza della fotografia, [continua]

Anni Albers, Tate Modern, Londra, sino al 27 gennaio 2019

On Weaving, 1965, è il testo capitale con cui Annelise Else Frieda Fleischmann passa, oltre che con il suo lavoro, alla storia. Moglie di Josef Albers, che sposa nel 1925, è come lui un caso illustre di un allievo del Bauhaus che subito entra tra le file degli insegnanti. [continua]

Judson Dance Theater. The Work Is Never Done, MoMA, New York, sino al 3 febbraio 2019

Le manifestazioni di performance alla Judson Memorial Church di New York, che coinvolgono dal 1960 autori come Robert Whitman, Red Grooms, Al Hansen, Allan Kaprow, ma anche Claes Oldenburg, Jim Dine, Robert Morris, sono l’avvio di un’esperienza unica e decisiva nelle pratiche dell’arte. [continua]

De Pisis. La poesia dell’attimo, Padiglione d’arte contemporanea, Ferrara, sino al 2 giugno 2019

Il “marchesino pittore”, ferrarese, è un caso anomalo e fervido della pittura italiana del secolo scorso: la città ne ha raccolto un corpus permanente di opere di opere che, come spesso accade da noi, proprio in quanto presenza stabile attrae paradossalmente meno che se esposto in forma di mostra, che è quanto accade in questa occasione di chiusura temporanea dei musei di palazzo Massari. [continua]

Théodore van Loon, un peintre caravagesque entre Rome et Bruxelles, BOZAR, Bruxelles, sino al 13 gennaio 2019

Theodoor van Loon viene almeno due volte in Italia, nel 1602-1608 e poi nel 1628-1629.  I suoi rapporti più forti sono con Orazio Borgianni, convinto dal naturalismo caravaggesco ma pronto a caricarlo di luminismi drammatici, e per altro verso scenografici. [continua]

Metlicovitz. L’arte del desiderio, Museo Revoltella e Museo Teatrale Carlo Schmidl, Trieste, sino al 17 marzo 2019

Trieste è stata, con Metlicovitz e poi con Dudovich, capitale dell’affiche d’inizio secolo, e il centocinquantesimo anniversario della nascita del primo è occasione per una riflessione ampia. [continua]

Albano Morandi. Il partito preso delle cose, Palazzo della Corgna, Città della Pieve, sino al 31 gennaio 2019

Se il titolo cita apertamente Francis Ponge, la mostra concepita da Morandi, vera divagante antologica, è un conflagrare di evocazioni diverse, memorie colte, suggestioni, ma anche calembours e ironie postdadaiste à la Perelà. [continua]

Della vetrata che dire? Beh, l’ha fatta con l’iPad, in “Il Giornale dell’Arte”, 391, Torino, novembre 2018

Ora, uno si chiede dove stanno le notizie, se sono notizie. Leggo un po’ dappertutto che David Hockney – spiegano: uno famoso dacché alle aste le sue opere raggiungono cifre altissime – ha appena inaugurato una nuova vetrata dell’Abbazia di Westminster per progettare la quale ha utilizzato, udite udite, un iPad. [continua]