Serpotta e il suo tempo, Oratorio dei Bianchi, Palermo, sino al 1 ottobre 2017

Giacomo Serpotta è a capo d’una bottega palermitana che debutta nel 1678 in San Mercurio, lo stesso anno in cui Giacomo Amato avvia in architettura i lavori per Santa Maria della Pietà: e i due s’incroceranno all’Oratorio di San Lorenzo e in quello del Rosario di San Domenico.

Giacomo Serpotta, La purezza, 1703-1704, ph. S. Scalia

Giacomo Serpotta, La purezza, 1703-1704, ph. S. Scalia

Ancorché tutt’altro che adeguatamente valorizzata, la bottega dei Serpotta è per molti versi l’emblema della Palermo barocca, che un classicismo sobrio e risentito, e in pittura se ne avverte il marattismo, continua ad alimentare autorevole.

L’iniziativa ricostruisce un tessuto di cultura autorevole più di quanto non s’immagini, in un tempo di trasformazioni profonde che la marginalizzano storicamente: come gli ultimi bagliori di splendore d’un luogo che è stato, e nonostante tutto si sente, capitale.

Giacomo Amato e Antonino Grano, Disegno per altare, fine sec. XVII

Giacomo Amato e Antonino Grano, Disegno per altare, fine sec. XVII

Poi il genio dei Serpotta non sta in una mostra, ch’è solo un prezioso innesco culturale, ma un innesco, bensì nei suoi luoghi, per cui l’esposizione è l’epicentro d’un percorso ch’è doveroso fare.

Cézanne. Le chant de la terre, Fondation Pierre Gianadda, Martigny, sino al 19 novembre 2017

Occorre tornare alla retrospettiva del Salon d’automne del 1904 e ai suoi critici, come fa Dominique Lobstein nel catalogo della mostra, per decifrare fuor di mitologia il peso che il caso Cézanne esercita nel momento decisivo della storia dell’avanguardia.

La Plaine de Saint-Ouen-l'Aumône vue prise de les carrières du Chou, c. 1880

La Plaine de Saint-Ouen-l’Aumône vue prise de les carrières du Chou, c. 1880

Non tanto perché a trent’anni esatti dalla mostra Nadar un artista ultrasessantenne può essere ancora definito uno sconosciuto per il pubblico, tale è la sua ritrosia nell’esporre, ma anche perché la sua pittura si dà come una sorta di rivelazione anche per gran parte della critica.

Se è ormai accettato il ruolo di Monet e di Renoir, Cézanne, che è come scrive Louis Vauxcelles lo Chardin dell’impressionismo, in avvio di secolo continua a pagare lo scotto di letture strabiche. Per un pubblico e per una critica che continua a leggere la pittura attraverso i suoi soggetti e un principio catafratto di somiglianza Cézanne è goffo, rozzo, addirittura imperito. Per gli artisti, gli unici che a quelle date abbiano già tarato il proprio sguardo ben oltre il gioco dell’apparenza visiva, è chiaro il portato colossale della sua pittura.

La mostra è di gran livello perché è un intreccio problematico risolto attraverso quadri, e straordinarie carte, spesso poco frequentati anche in tempi recenti. Nulla a che fare con le iniziative da puro box-office.

Cézanne, Montagnes en Provence (Le Barrage de François Zola), c. 1879

Cézanne, Montagnes en Provence (Le Barrage de François Zola), c. 1879

Qui anche la vicenda delle proprietà originarie dei dipinti diventa chiave critica. Lo straordinario La plaine de Saint-Ouen-l’Aumône, circa 1880, stava a casa di Signac, e il Château-Noir del 1905 e le Cinq baigneuses del 1877-1878 da Picasso. Non era ammirazione, era pittura che lavorava.

Pink Floyd Show, in “Amadeus”, 330, Milano, maggio 2017

Per comprendere l’impatto dei Pink Floyd anche sul mondo della visione (“The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains”, Victoria & Albert Museum, Londra, sino al 1 ottobre 2017) si può partire da uno spezzone del film I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, del 2006. Nel mondo stravolto dalle distruzioni immaginato da P.D. James figura anche il ministro delle arti, che abita in un luogo in cui sopravvivono le spoglie della cultura artistica occidentale, Guernica di Picasso, un mutilo David michelangiolesco, mentre fuori dalla finestra svolazza la maialina Algie, leggendaria dal 1977 perché appare sospesa sopra la centrale elettrica di Battersea sulla copertina dell’inquietante e politicamente profetico Animals dei Pink Floyd.

Pink Floyd

Pink Floyd

Algie non è l’unica icona visiva prodotta dalla storia dei Pink Floyd. Fece epoca nel 1967 la copertina psichedelica concepita da Vic Singh per The Piper at the Gates of Dawn, il primo album in studio del gruppo, e leggendari sono la mucca fotografata per Atom Heart Mother, 1970, e il prisma su fondo nero del capolavoro The Dark Side of the Moon, 1973, concepiti dallo studio Hipgnosis di Storm Thorgerson e Aubrey Powell.

Non si tratta di un fenomeno di gusto. I Pink Floyd, nati nel 1965 su iniziativa di Syd Barrett, che si affianca il bassista e compositore Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason, e che viene sostituito progressivamente dopo il 1967 dal chitarrista David Gilmour quando le droghe e il disagio mentale lo portano all’impotenza creativa, sono i pionieri di un’idea di creazione che, nello spirito di quei tempi, tende a sperimentare e vivificare integrandoli tutti gli incroci disciplinari possibili.

I Pink Floyd comprendono subito l’importanza che la visività può avere nella ricerca sonora. È vero che nel 1971 rifiutano a Stanley Kubrick il permesso di utilizzare Atom Heart Mother nel film Arancia Meccanica, ma è perché in realtà preferiscono considerare il proprio apporto come organico alla concezione di una pellicola e non accessorio, come è avvenuto appunto nel 1969 in More di Barbet Schroeder, con il quale realizzano tre anni dopo anche La Vallée. Il cinema appartiene alla loro stessa anima musicale, alla loro idea complessa di esperienza estetica: nel 1971 iniziano a lavorare con il regista Adrian Maben, ossessionato dal rapporto tra musica e arti visive – sarà poi autore di straordinari documentari su Magritte e Bosch – a un suggestivo film/concerto girato nell’anfiteatro romano di una Pompei deserta, che esce nel 1974.

Pink Floyd

Pink Floyd

D’altronde la loro concezione è sempre musicalmente complessa, va ben oltre i limiti angusti del rock e d’una tradizione fatta di singoli brani dalla struttura semplice e dall’esecuzione tecnicamente limitata. Ogni album è un progetto organico, spinto tecnicamente alle soglie dell’avanguardia, a cominciare da Atom Heart Mother, un “sonic poem” di oltre 23 minuti cui è chiamata a suonare anche un’orchestra classica. L’implicazione di un ensemble musicale tradizionale non è una novità, né la contaminazione fra avanguardia e storia, se si pensa che la “jazz symphony” di Duke Ellington Black, Brown and Beige è del 1943, e che proprio alla fine degli anni ’60 molti autori coinvolgono orchestre classiche in composizioni d’alta ambizione: da Days of Future Passed, ispirato da Dvořák, dei Moody Blues, 1967, a  Concerto for Group and Orchestra, 1969, composto da John Lord per i Deep Purple, all’italianissimo Concerto grosso scritto da Luis Enríquez Bacalov per i New Trolls, 1971.

Nel 1971 i Pink Floyd concepiscono un’altra lunga suite, Echoes, per l’album Meddle, proprio mentre i colleghi Emerson, Lake & Palmer danno l’affine Tarkus e, nello stesso anno e, per tornare alle contaminazioni con il classico, una reinvenzione delle Pictures at an Exhibition di Musorgskij.

Pink Floyd

Pink Floyd

Si giunge alla fusione estrema, un articolato progetto musicale unitario che si pensa organicamente anche come sontuoso spettacolo live da palcoscenico e come film, sulla scia di quello che era stato solo tentato da Frank Zappa con 200 Motels sempre in quel fatidico 1971.

Mentre il gruppo comincia a disunirsi, la creatività potente di Waters emerge in tutta la sua forza nel 1979 in The Wall, vera struttura di poema in musica destinato alla messa in scena, un’opera rock si diceva allora con termine ambiguo: e il film che Waters ne trae con Alan Parker nel 1982 ne è il risultato definitivo.

Alla faccia! Al-Nouri

La cosa che fa più specie sono i coglioni che esultano per la distruzione della grande moschea di Al-Nouri a Mossul. [continua]

Genni. Jenny Wiegmann–Mucchi (1895–1969), Zitadelle Spandau, Berlin, sino al 3 settembre 2017

Jenny Wiegmann studia con Corinth, in un clima d’engagement che nell’oggi postideologico si tende a sminuire, ma della cui importanza non si sono, tra uno slogan e l’altro, comprese sino in fondo le implicazioni. [continua]

Gregory Crewdson: Cathedral of the Pines, The Photographers’ Gallery, London, sino all’8 ottobre 2017

Becket, Massachusetts, è il luogo, e quello di Crewdson è un racconto ellittico, in cui la condizione del narrare s’introverte sino a condensare specifiche, intense situazioni emotive di perfetto straniamento. [continua]

Se Franceschini avesse un F35, in “Il Giornale dell’Arte”, 374, Torino, aprile 2017

Dice che uno gongola. Nel 2016 i visitatori dei musei italiani sono stati 44 milioni e mezzo, sei in più del 2013 e uno e rotti più del 2015, per dire. Segno che a far funzionare un po’ le cose, poi le cose funzionano. [continua]

Claudio Costa, Ca’ di Fra’, Milano, sino al 28 luglio 2017

Claudio Costa è stato una figura anomala e vivida nel mondo delle avanguardie degli anni ’60 e ’70, nata nello stesso perimetro problematico dell’arte povera ma con caratterizzazioni che ne hanno fatto un vero e proprio caso. [continua]

Fernand Léger. Le beau est partout, Centre Pompidou, Paris, sino al 30 ottobre 2017

“L’existence des hommes créateurs modernes est beaucoup plus condensée et beaucoup plus compliquée que celle des gens des siècles précédents [...] [continua]

Su alcune opere di Mattia Moreni, catalogo, Galleria Peccolo, Livorno, 3 giugno – 22 luglio 2017

Mattia Moreni è stato uno dei veri grandi pittori del secondo dopoguerra, reso anomalo e sorprendente dalla vena di ferocia nordica, sottilmente allucinata, che ne ha nutrito le visioni. [continua]

A Perfect Chemistry: Photographs by Hill and Adamson, Scottish National Portrait Gallery, Edinburgh, sino al 1 ottobre 2017

È sempre stupefacente osservare come la Scozia sia uno dei luoghi in cui più precocemente e più proficuamente si radica, sin dai suoi albori, la fotografia, ad opera di uno scienziato eclettico e geniale come David Brewster, [continua]

A.R. Penck. Rites de passage, Fondation Maeght, Saint-Paul de Vence, sino al 18 giugno 2017

“Il primo tipo [d’immagine] è l’immagine astratta, che somiglia a un segno; il secondo è il disegno figurativo; il terzo il disegno puramente automatico; il quarto è una specie d’illusione; il quinto, l’immagine distruttiva. [continua]