Giuseppe De Lama, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano, Tomo I, Parma 1816

[...] Giunse in Parma il giorno 24 dello stesso mese [febbraio 1768] nel tempo appunto della seguitavi espulsione de’ Gesuiti; e tostamente accingendosi ad erigere la R. Stamperia, di cui il Principe avealo nominato Direttore, fece eseguire i torchi e gli altri utensili a ciò necessarj, e da Parigi provvide una sufficiente quantità de’ caratteri giustamente vantati del gettatore Fournier, vale a dire un testino, un garamone, una lettura, un silvio, un testo, ed una palestina.

Bodoni, Manuale tipografico, 1818

Bodoni, Manuale tipografico, 1818

Il primo saggio commendevole che diede Bodoni dell’arte sua con questi caratteri si fu la Descrizione in-f.° di quell’Ara amicitiae che il Duca Don Ferdinando eriger fece in marmo nella principal piazza di Parma il giorno 7 Giugno 1769 ad eternare la memoria sì della visita ricevuta dallo Imperadore Giuseppe II. nel giorno 10 del precedente Maggio, e sì dell’imminente suo matrimonio coll’augusta Sorella di lui l’Arciduchessa Maria Amalia. Il secondo in-f.° maggiore comparve nel successivo Agosto, e fu la Descrizione francese ed italiana delle feste celebrate per tali nozze nel R. Giardino con torneamenti, arcadiche radunanze, fiera chinese, ed altri pubblici divertimenti, tutti con reale splendidezza eseguiti, e che col mezzo dell’impressione e dell’’intaglio espor volle il DuTillot in maniera permanente agli occhi dell’Europa. Con tutto ciò queste due edizioni piuttosto io cito quali monumenti di patria gloria, che opere del Bodoni, poichè in esse die’ prova soltanto di gusto e di simmetria nel comporre ed ordinare i caratteri altrui. Frattanto ben s’avvide che con caratteri incisi e fusi da altri non avrebbe potuto agevolmente conseguire quell’altezza di grido a cui anelava co’ generosi suoi pensieri; laonde deliberò di formarli da sè stesso. A tal uopo assunse l’impegno colla Corte di stabilire per suo conto una getteria, da cui la Stamperia Regia si provvederebbe degli occorrenti caratteri; e chiamò presso di sè il suo minor fratello Giuseppe, perchè vegliasse e soprantendesse a quella. Fra non molto, vale a dire nel 1771, pubblicò quel suo Saggio tipografico di fregi e majuscole, incisi e fusi da lui (siccome porta il frontispizio) in un 8.° grande di 76 pagine, con una eruditissima prefazione che dimostrò chiaramente ai bibliofili qual ei si fosse esperto e profondo conoscitore dell’arte sua, ed ai letterati che pur tra essi degno ben era di tener luogo distinto. [continua]

Luca Campigotto. My Wild Places, Palazzo Fortuny, Venezia, sino al 9 gennaio 2011

I luoghi wild non sono necessariamente, per Luca Campigotto, il deserto cileno di Atacama o il golfo di Botnia in Lapponia, lo Stretto di Magellano o le Torri del silenzio a Yazd, Iran.

Ghiacciaio Perito Moreno, Argentina 2000

Ghiacciaio Perito Moreno, Argentina 2000

Ci sono anche Lignano, Ventotene, Ponza, Pasubio in questa selezione, a dire che l’incontaminatezza che Campigotto cerca, nel suo scrostare con acribia feroce le sue immagini da ogni saputo, da ogni sedimento retorico, è fatta anche e soprattutto di rifiuto dell’eroismo d’accatto dell’esotico.

My Wild Places è questa mostra, ma anche e soprattutto un libro edito da Hatje Cantz che raccoglie 67 fotografie dell’ultima quindicina d’anni dell’autore. In tutte avverti, com’era stato con chiarezza già nelle serie memorabili sull’Egitto e su Venezia, che la scelta di Campigotto è proprio quella di affrontare direttamente, crudamente il genere della fotografia di paesaggio e quello della fotografia di viaggio. Che sono apparati forti della coscienza comune ottusa dai media, ormai, per troppa cultura e per troppo consumo, per ripetizione indifferente iterata sino alla deriva del senso, sino a una sorta di evidenza mortale.

Golfo di Botnia, Lapponia 2003

Golfo di Botnia, Lapponia 2003

Campigotto lavora a recuperare, invece, la dimensione della meraviglia diretta, del primo sguardo rivolto al soggetto, e quello stato di lancinante coscienza poetica che se ne genera, prima che le parole e i codici prendano a corrompere l’esperienza. Tutto ciò è reso possibile, e in ciò sta il genio dell’autore, proprio dalla sua padronanza perfetta della retorica della fotografia, e dalla cautela linguistica che lo induce a ridurre, concentrare, elidere, rendere implicito e talora introverso, ciò che altrove diverrebbe mero spettacolo.

Il luogo torna a farsi, così, presenza potentementemente – e, verrebbe da dire, metafisicamente – straniata rispetto allo sguardo, generando un differenziale emotivo  capace di un’altra durata, di un’altra intensità.

Antoine Watteau et l’art de l’estampe, Louvre, Parigi, sino al 10 novembre 2010

Antoine Watteau muore, trentasettenne, nel 1721, ma da subito la sua arte diventa paradigma di stile e di gusto.

Boucher, La Troupe Italienne, da Watteau

Boucher, La Troupe Italienne, da Watteau

A ciò concorre primariamente l’iniziativa di Jean de Julienne – mecenate e a un tempo abile uomo di negozi – di far riprodurre a stampa, tra il 1724 e il 1735, una serie fitta delle sue opere, quell’immaginario di feste galanti, di fantasie agresti, in bilico tra commedia dell’arte e recita mondana, che ha reso Watteau protagonista d’una cultura.

Circa seicento sono i fogli che, nei quattro volumi del Recueil Julienne, diffondono in Francia e in Europa questo distillato rococò, già venato e come avvelenato sottilmente dalle ombre inquiete che Goya renderà materia d’arte: e sarà Millet e notare, in un altro tempo, “la mélancolie de ces bonshommes de coulisse condamnés à rire”.

Faissar, L'Autonne, da Watteau, 1715-1716

Faissar, L'Autonne, da Watteau, 1715-1716

Seicento i fogli, e una trentina gli incisori, attraverso i quali questo gusto si omogeneizza e stabilizza in uno standard stilistico destinato a radicarsi tenace, un po’ com’era stato ai tempi del raffaellismo di Raimondi, Agostino Veneziano e Marco Dente da Ravenna, e come sarà di lì a poco nella temperie neoclassica. François Boucher e Laurent Cars,  Benoît II Audran e Charles-Nicolas Cochin I, Jacques-Philippe Le Bas e Charles Dupuis sono i maggiori di una genealogia che, per almeno un’altra generazione, determina le sorti dell’arte europea: si pensi al caso esemplare di Charles-Joseph Flipart, cresciuto nel clima del Recueil e attivo a Venezia presso Joseph Wagner, e al ruolo avuto nella declinazione stilistica di autori come Pietro Longhi e Jacopo Amigoni.

In mostra sono un centinaio di fogli, per lo più provenienti dalla raccolta Edmond de Rothschild: caso perfetto, per altro verso, di un’altra non banale stagione di storia del gusto.

Rinascimento tra Veneto e Friuli (1450 – 1550), Collegio Marconi,  Portogruaro, sino al 17 ottobre 2010

La città di Portogruaro passa sotto il controllo diretto di Venezia nel 1420, e da Venezia e Padova prendono a provenire i titolari della sede episcopale di Concordia. [continua]

Exposed. Voyeurism, Surveillance and the Camera, Tate Modern, Londra, sino al 3 ottobre 2010

Una quindicina d’anni fa, i Surveillance Camera Players hanno scelto di tramutare l’occhio vigile dei sistemi di sicurezza in spettatore passivo delle loro performances. [continua]

Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida, Palazzo Giustinian Lolin, Venezia, sino al 14 novembre 2010

Finalmente Pier Luigi Nervi, poeta del cemento armato in un’epoca, il secondo dopoguerra, che già suonava di tecnocrazia, figura che ragionava di valore simbolico e civile dell’architettura [continua]

Francesco Algarotti, da Saggio sopra l’architettura, Venezia 1756

Oh qui si convien dire ch’egli si diparta in tutto dalla dottrina di Vitruvio, e di quanti architetti fur mai. L’architettura, dicono tutti ad una voce, è a similitudine delle altre arti, imitatrice anch’essa della natura. [continua]

Ashley Bickerton, in “Journal of Contemporary Art”, 2, 1, spring/summer 1989

[...] As the viewer stands in front of the work, one has to realize that the whole constructions of one’s aesthetic notion of the world we live in are implicated in that matrix of consumption. [continua]

Giorgio Griffa. “Matisseria” e altri lavori, catalogo, Galleria Martano, Torino, 7 ottobre 1982

Nel lavoro che Giorgio Griffa conduce ormai da circa un quin­dicennio sono avvertibili con evidenza i termini problematici che ne costituiscono il fattore interno di spinta e di continuità. [continua]

Le pieghe nascoste delle idee. Lo scultore, il disegno, in “Quaderni di scultura contemporanea”, Edizioni della Cometa, XVIII, 6-7, Roma 1997

“Paradigma rimane il Partenone. Ma a qualcuno piace la pioggia, l’incertezza, le pieghe nascoste delle idee” (Fausto Melotti). [continua]

Dadamaino, Beatrix Wilhelm Verlag, Leonberg, 1984 (seconda parte)

Su questa esperienza lievita quella, decisiva per Dadamaino, dell’Inconscio razionale. Già la titolatura è eloquente sul cambio di passo imposto alla propria vigile attenzione: salta il sostegno dell’oggettivazione, la partita, senza mutar regole, l’artista la gioca tutta su se stessa. [continua]

Dadamaino, Beatrix Wilhelm Verlag, Leonberg, 1984 (prima parte)

Ritrovare l’entità, il peso specifico di un gesto a tutta prima solo radicale, definitivo. Lasciarne in pelle la determinazione trasgressiva, l’insorgenza vitalistica, sospinta dall’alito aspro della negazione. [continua]