Sense of Humor, National Gallery of Art, Washington, sino al 6 gennaio 2019

Si comincia con le caricature di Francesco Melzi e i paradossi di Bruegel il Vecchio, si passa per pietre miliari come Goya, Gillray, Daumier e si giunge alle Guerrilla Girls e al celebre enunciato The advantages of being a woman artist, 1988, che elenca tra l’altro: “Essere rassicurate sul fatto che qualsiasi tipo di arte si faccia sarà etichettata come femminile. Avere la possibilità di scegliere tra la carriera e la maternità. Avere più tempo per lavorare quando vi scaricano per qualcuna più giovane. Essere incluse in versioni riviste della storia dell’arte. Non dover subire l’imbarazzo di essere chiamata un genio”, eccetera.

Calder, The Dance

Calder, The Dance

Il senso dello humor, del paradosso gentile, del guizzo intellettuale arguto, non è mercanzia diffusa nella storia dell’arte, e questa mostra ci ricorda che non solo esiste, ma che nei secoli ha avuto veri e propri cultori oltra a praticanti occasionali.

Mostra a sua volta leggera e non seriosa, tocca corde inusuali, ivi compresa l’assunzione tra le figure maggiori di Art Spiegelman e Robert Crumb, disegnatori strepitosi catalogati normalmente come fumettari.

Crumb, Zap, no. 1, 1968

Crumb, Zap, no. 1, 1968

È una mostra che fa riflettere anche sul modo di curare una mostra, senza imperialismo curatoriale ma anche non abdicando al rigore, alla qualità delle scelte, alla lucidità intellettuale.

Luigi Valadier: Splendor in Eighteenth-Century Rome, The Frick Collection, New York, sino al 20 gennaio 2019

Winckelmann muore nel 1768, Piranesi nel 1778, e Luigi Valadier nel 1785: Giacomo Raffaelli nel 1775 inventa il micromosaico. Il clima è quello dell’entusiasmo per il classico, tra nostalgia e una modernità che si ripensa come figlia legittima di quello.

Valadier, Tazza con le Tre Grazie, 1778

Valadier, Tazza con le Tre Grazie, 1778

I Valadier sono orafi e argentieri, e secondo la tradizione altoartigianale d’allora dinastia: padre di Luigi è Andrea, francese di nascita, e figlio è Giuseppe, suo collaboratore e poi grande architetto, il fratello è Luigi Giovanni e i nipoti Filippo, Tommaso e Luigi, prosecutori della bottega.

La sua fortuna è l’acquisizione da parte di Benedetto XIV, nel 1741, della leggendaria collezione Carpegna, circa quattromila pezzi, per le raccolte vaticane, e l’incarico ottenuto nel 1779 da Pio VI di montarne gemme e cammei e di realizzare quattro sontuosi ‘armari’ per ospitarle.

Valadier, Arco di Traiano ad Ancona, c. 1778

Valadier, Arco di Traiano ad Ancona, c. 1778

Valadier fa mostra, da orafo papale, di un gusto sontuoso, lussureggiante, incline al pastiche con gli originali antichi: è gusto, certo, ma anche qualcosa in più, lo sguardo con cui si misura con i cimeli dell’antichità e li risogna nell’oggi. Continuare a parlare di arti minori, nel suo caso, è largamente fuor di luogo.

Spioni e spiati, in “Il Giornale dell’Arte”, 390, Torino, ottobre 2018

Correva l’anno 2006 quando si sono sciolti i Surveillance Camera Players, geniali cazzari che inventavano performances davanti alle videocamere di sicurezza ché a loro dava fastidio che qualcuno potesse guardare gli altri mentre fanno i fatti propri. Erano radicali, certo, ma a parte che evidentemente di videocamere ne trovavano sempre di funzionanti, il che, per esempio da noi, non è per nulla scontato, appartenevano ancora a un’idea romanticamente libertaria.

Proprio in quell’anno, un giovanotto di nome Trevor Paglen ha pubblicato il libro Torture Taxi, in cui si spiegava come la CIA realizzasse l’“extraordinary rendition program”, termine peloso per dire dei rapimenti attuati per ogni dove, e oltre i limiti di molte leggi, dall’ente più ombroso del mondo. Nessuno sapeva, allora, che Paglen in realtà si era diplomato in Belle Arti, stava prendendo un Ph.D. in geografia, e coltivava un interesse alla fin fine non dissimile dai suoi bizzarri predecessori.

Paglen, Orbital Reflector

Paglen, Orbital Reflector

Il vero problema, aveva intuito il giovanotto, non era la telecamera del bancomat all’angolo, ma i programmi di sorveglianza globale sui quali si erano impegnati a vario titolo molti tra i migliori ingegni del nostro tempo, al punto che le sue immagini fotografiche, peraltro molto suggestive, documentano sempre situazioni limite – e talvolta oltre il limite – del controllo capillare che pare essere diventata la nostra condizione stabile d’esistenza.

È diventato così un “geografo radicale”, uno che quando guarda al cielo ha smesso da tempo di vedere le stelle ma scruta il reticolo infinito di orbite di satelliti spia e affini, una trama così fitta da costituire una sorta di effettiva realtà a parte in cui ciò che è artificiale è diventato più presente di ciò che è naturale. Non uno, per intenderci, da farci un’allegra serata astronomica insieme.

Visto che comunque Paglen spende il suo lavoro nel territorio dell’arte, il che è sempre, a prescindere, una forma di salvaguardia da tutti coloro che non lo amano, una cosa divertente è che egli ha messo su un fondo di conoscenze tecniche tali da farlo interloquire in maniera non ridicola con gli specialisti di robe spaziali, cioè non è mica come i soliti artisti che decidono di sconfinare in un campo che non è il loro e devono limitarsi a far finta di incresparne la superficie. Non solo, un’altra cosa divertente è che i suoi progetti costano cifre mai viste, ma egli è sufficientemente pazzo e convincente da trovare pure gente che gli dà retta e credito.

In queste settimane sta, salvo contrattempi dell’ultim’ora, per lanciare Orbital Reflector, un satellite artificiale che costa un botto di denaro e per la prima volta non serve veramente a nulla, salvo apparire come una specie di diamante luminoso collocato in una certa orbita: in concreto, è una forma argentea trasportata da un piccolo satellite che verrà lanciato con un razzo SpaceX Falcon 9 e che una volta posizionato si gonfierà, compiendo orbite di 90 minuti a 560 chilometri di altezza e riflettendo i raggi solari per la nostra meraviglia. Nell’impresa ha coinvolto Elon Musk, uno che quanto a pazzia geniale – e a istinto autopubblicitario – non è secondo a nessuno, che ci ha messo il razzo, e il Nevada Art Museum, tra le istituzioni americane la più sensibile alle questioni ambientali.

Insomma, Paglen ha messo in campo un sacco di ingegneria aerospaziale e un sacco di denaro per fare una cosa del tutto inutile, il che è perfettamente in tono con le cose dell’arte, come un bambino un po’ cresciuto che vuole far salire il suo palloncino in cielo.

E almeno qui sei tu spettatore che guardi il palloncino, e non gli altri satelliti che guardano te, come ti succede in ogni altro momento della vita. Al termine “intelligence” Paglen preferisce attribuire il vecchio confortevole significato storico, non quello da spioni di moda oggi, e per questo lo si ama.

Fiorella Iacono, La stagione felice, Mimesis 2018

Fiorella Iacono, critica oltre che valente fotografa, per molti anni ha collaborato alle pagine culturali de “il Manifesto”, documentando gli eventi maggiori di una stagione modenese fervida, gli anni tra il 1985 e il 1993. [continua]

Delacroix, Metropolitan, New York, sino al 6 febbraio 2019

Grande mostra, con opere capitali come La Grecia tra le rovine di Missolungi, Medea e le Donne d’Algeri, integrata dagli oltre centoventi disegni di Delacroix della collezione Karen B. Cohen, [continua]

Angelo Morbelli. Il poema della vecchiaia, Ca’ Pesaro, Venezia, sino al 6 gennaio 2019

Alla I Triennale di Brera, a Milano, nel 1891, Segantini espone Le due madri, e insieme sono Maternità di Previati, Alba e Parlatorio del luogo Pio Trivulzio di Morbelli, L’oratore dello sciopero di Longoni e Piazza Caricamento di Nomellini. [continua]

Inspirantes Inspiratrices, Musée Bonnard, Le Cannet, sino al 4 novembre 2018

Nel 1893 Bonnard fa la conoscenza di Marthe de Meligny (in realtà si chiama Maria Boursin), modella che diventa non solo la donna della sua vita ma anche l’ossessione visiva di molti dei suoi anni, [continua]

Carlo Nangeroni. Il dominio della luce, ABC-Arte, Genova, sino al 5 gennaio 2019

“Dipingere è dipingere, prima di tutto, quindi non è progettare la pittura”. Pronunciata da Carlo Nangeroni, del quale è stata sempre celebrata l’esattezza geometrica e strutturale mentre la sofisticata, e per molti versi poetica, analisi del colore-luce era tenuta in secondo piano, è rivelatore. [continua]

Un museo all’avanguardia già negli anni Venti, in “Il Giornale dell’Arte”, 389, Torino, settembre 2018

E per fortuna finalmente si iniziano a documentare in modo decoroso anche “les avant-gardes s’inscrivant au-delà de l’Europe occidentale”: [continua]

Carlo Carrà, Palazzo Reale, Milano, sino al 3 febbraio 2019

La chiave è la fisionomia del percorso di Carrà, che mancava dalla sede milanese più prestigiosa da trentun anni: allora si prediligeva in toto l’avanguardista e si guardava con qualche imbarazzo il tempo lungo di un ordre pittorico che si leggeva come involuzione, [continua]

Martin Disler. Rituals of Paper 1981-1995, MACT/CACT, Bellinzona, sino al 16 dicembre 2018

Martin Disler è mancato nel 1996, nel momento della piena maturità, quando la sua figura si era ormai affermata come una delle maggiori della generazione degli anni ottanta. [continua]

Anime della carta, in “Fragile”, 2, Milano, 2018

Centrare il lavoro sulla carta è qualcosa più che una contraddizione disciplinare. Ragionare della sua alterità, nello spettro che tocca corde come la privatezza dello studio, la non ufficialità e la provvisorietà rispetto alla presenza dell’oggetto artistico, [continua]