Per la scoperta di una zona d’immagini, 9 dicembre 1956

Senza mito non si dà arte. L’opera d’arte trae la sua occasione da un impulso inconscio, origine e morte di un substrato collettivo, ma il fatto artistico sta nella consapevolezza del gesto; consapevolezza intuitiva, poiché tecnica propria dell’attività artistica è la chiarificazione intuitiva (inventio). Consumato il gesto, l’opera diventa dunque documento dell’avvenimento di un fatto artistico.

Piero Manzoni, Senza titolo, 1956

Piero Manzoni, Senza titolo, 1956

Con la scoperta nasce la chiara coscienza dello sviluppo storico dell’opera d’arte. Intendiamo dunque l’arte come scoperta (inventio) in continuo divenire storico di zone autentiche e vergini. Il nostro modo è un alfabeto di immagini prime. Il quadro è la nostra area di libertà; è in questo spazio che noi andiamo alla scoperta, all’invenzione delle immagini; immagini vergini e giustificate solo da se stesse, la cui validità è determinata solo dalla quantità di GIOIA DI VITA che contengono.

Camillo Corvi-Mora, Piero Manzoni, Ettore Sordini, Giuseppe Zecca

Ieri è morto Filippo Gambari. Ci conoscevamo da una vita: nato un mese e mezzo dopo di me, ci eravamo addirittura incrociati senza ancora conoscerci – due scuole, una commissione d’esame – alla maturità. Poi la Statale di Milano e l’archeologia, quattro anni a vederci tutti i giorni: solo che lui sapeva già tutto di preistoria, e io l’ho imparata per lo più da lui, e se so ancora qualcosa di Golasecca, Canegrate, Isolino, Lagozza, Villanoviano eccetera lo devo a Filippo. Abbiamo lavorato insieme, da studenti, in Valcamonica e in Val d’Aosta, ma gli scavi non facevano per me. Io coltivavo vaghi pensieri da storico d’arte, lui era nato per l’archeologia militante, quella vera, sul campo, e si vedeva. Infatti ho subito dirazzato finendo a occuparmi d’arte contemporanea, mentre Filippo lo trovavi sempre, per decenni perfetto civil servant, in snodi importanti della nostra archeologia, fino all’ultimo incarico, di direttore del Museo delle Civiltà all’Eur, a Roma. Poi è arrivato il covid.

Una cupola per ombrello, in “Il Giornale dell’Arte”, 411, Torino, ottobre 2020

Tra le cose bizzarre che potevano accadere in un giorno di questo strano agosto, c’è stata anche quella di trovarmi a Saronno, cittadina ridente non lontana da Milano, con un paio di ore libere da sfruttare. Non è, per dire, che in generale uno decida di andare in gita a Saronno, terra celebre al più per l’amaretto e i biscotti: ma se sei già lì, ancorché per ragioni assai prosaiche come mi è accaduto, hai l’occasione perfetta per andarti a vedere della gran pittura e sentirti virtuoso e intelligente in qualità di piccolo apostolo del turismo a corto raggio oggi in gran voga.

La cupola di Saronno

La cupola di Saronno

Ciumbia, al locale santuario della Beata Vergine dei Miracoli, uno dei millemila luoghi mariani che punteggiano le nostre terre, ci sono le pitture più famose – d’accordo, quelle degli angeli musicanti non sono le sue più belle, ma sono state oggetto di un’accanita popizzazione moderna, e comunque sono gran  belle – di Gaudenzio Ferrari, e per giunta, se ami la pittura davvero grande, gli affreschi del meno estroverso Bernardino Luini, uno che ha avuto la sfiga di vivere in un tempo in cui circolavano troppi genii ed è stato relegato dalle vulgate ingenerose al ruolo di “minore”. E quando ti ricapita di passare da queste parti avendo del tempo libero per godertele?

Dunque, è la tarda mattina, entro nel sacro luogo con la persona che è con me. Contati anche i tre fedeli che son già dentro, in tutto siamo in cinque. Mi avvio a passo spedito verso la vasta cancellata di ferro che separa l’area-beghine dall’arte, ma è chiusa, e per di più orfana di avvisi di sorta. Tento la via della sacrestia e mi si palesa uno che, a occhio e croce e a buonsenso, fa il sacrestano. Il sacrestano, intendo, e basta. Quando gli chiedo di poter accedere alla visione degli affreschi, mi risponde asciutto che non si può, perché c’è il covid. Cerco di argomentare che il virus le pitture non le infetta, quindi mi sembra una motivazione strampalata, e sarebbe peraltro difficile concepire atti vandalici sugli affreschi di una cupola, ma lui è tetragono: c’è il virus, non si entra. Mi gioco la carta di far notare educatamente che non ci troviamo esattamente in una situazione di calca, ma lui forse ha visto che entrando in chiesa non ho fatto il segno della croce, mentre i tre tizi inginocchiati sì, dunque non sono un fedele ma uno dei soliti miscredenti perditempo – non molti, se l’andazzo è questo – che van lì per le pitture e non per le devozioni: se voglio, devo farmi bastare quel che posso vedere attraverso la cancellata, cioè niente.

Tento di chiedere se almeno c’è un banchetto o un ufficio informazioni o qualcosa del genere, e il pio uomo mi indica brusco che, fuori dal santuario, posso trovare delle riproduzioni. L’indicazione è esatta, dal momento che all’esterno è appesa la pubblicità di uno studio fotografico privato che offre le stampe su tela degli angiolotti di Gaudenzio e dei Luini con ampia scelta di formati. Le ordini e te le mandano, ma non adesso che è agosto e per di più c’è il covid. Peccato, perché tra le altre amenità il suddetto studio fotografico propone anche un ombrello istoriato con la riproduzione dell’intera cupola, che per via dell’effetto inverso di cavità e convessità potrebbe anche essere visto come un’opera concettuale.

Delizie del turismo di prossimità: riparto con un pugno di mosche, senza aver visto delle opere importanti, e per di più senza nemmeno il mirabile ombrello.

Mattia Moreni (Pavia, 12 novembre 1920 – Brisighella, 29 maggio 1999). Nel centenario della nascita

“…il suo tema ossessionato e feroce dei cespugli, degli sterpi, delle spietate e agoniche torsioni di questi pochi elementi vegetali ancora viventi sotto la minaccia di soli violenti e sfasciati, oppure malvagiamente accumulati in neri ‘nuclei’ irradianti. [continua]

Luca Giordano, dalla Natura alla Pittura, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, sino al 10 gennaio 2020

Nato da una costola di Ribera, Giordano nasce napoletano e diventa presto pittore di respiro europeo. Egli è l’artista che con più eloquenza interpreta l’idea della pittura come esibizione suggestiva: [continua]

Vasilij Kandinskij, Sulla composizione scenica, 1912

Ogni arte ha un suo linguaggio, ovvero possiede mezzi che le sono peculiari. [continua]

True Fictions, Palazzo Magnani, Reggio Emilia, sino al 10 gennaio 2021

Il sottotitolo, “Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi”, indica la traiettoria, il punto vitale di contraddizione in cui la fotografia finge – “io nel pensier mi fingo” – una misura diversa di reale plausibile, facendosi dismisura. [continua]

Il Met non si meritava Mutu, in “Il Giornale dell’Arte”, 410, Torino, settembre 2020

Il senso dell’iniziativa, peraltro non particolarmente innovativa, è di aver piazzato delle sculture di oggi in nicchie concepite più di un secolo fa. [continua]

Carla Accardi / Antonio Sanfilippo. L’avventura del segno, Convento del Carmine, Marsala, sino al 10 gennaio 2021

Nell’aprile del 1947 esce a Roma il primo e unico numero di “Forma”, rivista che raggruppa Giulio Turcato, Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli e Antonio Sanfilippo. [continua]

Per Alfonso Leoni, in Alfonso Leoni genio ribelle 1941-1980, a cura di C. Casali, catalogo MIC, Faenza, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2020

Alfonso Leoni è stato, prima di tutto, una coscienza, conficcata lucidamente in uno degli snodi più ispidi della cultura artistica dei decenni ultimi. [continua]

Aldo Spinelli. Vero dalla copia, Galleria Monopoli, Milano, sino al 5 novembre 2020

Esponente raro del versante ludico del concettuale, di cui frequenta lo snodo dei codici – verbali prima di tutto – con una predilezione particolare per le condizioni – regole, altri codici, manie – del gioco e per le sue implicazioni patafisiche, al punto che la sua realizzazione più lucida è una sorta di catalogue (non) raisonné, [continua]

Alexej Jawlensky e Marianne Werefkin. Compagni di vita, Museo comunale d’arte moderna, Ascona, sino al 10 gennaio 2021

Le grandezze dell’arte e le miserie della vita ordinaria s’incrociano nella vicenda che lega Jawlensky, compagno di strada meno dotato di Kandinsky, e Werefkin. [continua]