MASKE In der Kunst der Gegenwart, Aargauer Kunsthaus, sino al 5 gennaio 2020

La filigrana originaria della maschera, che è il doppio e l’altro, disguise e amplificazione identitaria, nell’arte post-dadaista si fa molto altro, in cui il retaggio sacro e antropologico si diluisce e riverbera in modi plurimi.

Olaf Breuning, Emojis, 2014

Olaf Breuning, Emojis, 2014

La mostra ne offre un censimento delle declinazioni che ne hanno dato gli autori delle generazioni ultime, da John Stezaker a Cindy Sherman sino a giovanissimi come Pedro Wirz e Nathalie Bissig.

Molto vi entra in gioco, il codice del primitivo e dell’iconografia astratta del digitale, l’uso anche citatorio della manualità fabrile e lo scarto tecnico artificioso: il tema profondo è quello del trascolorare pericolante dell’identità, del suo porsi non univoco nello spazio, nel tempo, nel contesto.

Christoph Hefti, World Mask, 2014

Christoph Hefti, World Mask, 2014

Sullo sfondo è anche l’amplificazione e la metamorfosi semantica dell’idea stessa di maschera, che in arte è ormai anche un genere a se stesso, esplorabile benché non definibile.

I fantasmagorici tramonti di L.A., in “Il Giornale dell’Arte”, 398, Torino, giugno 2019

Dunque la cosa notevole, quella che colpisce la mia fantasia, è che pare che Michael Govan, direttore del LACMA di Los Angeles, ce l’abbia fatta a mettere insieme i 650 milioni di dollari che servono per edificare la nuova sede del museo.

Un cifrone, che per noi italiani ormai assuefatti ad annunci iperbolici accompagnati da budget ridicoli non pare neanche vero: stiamo parlando di un museo, infine, mica di una cosa seria come una squadra di Champions League.

Il nuovo LACMA

Il nuovo LACMA

Dunque, con quei soldi lì stanno per fare una cosa meravigliosa, pensi. E poi, hanno incaricato del progetto Peter Zumthor, uno che ha vinto il Pritzker nel 2007 e il Praemium Imperiale nel 2008, quindi uno dei mejo fichi del bigonzo dell’architettura contemporanea: una garanzia.

Zumthor lavora lavora, ma evidentemente lui se ne sta asserragliato nel suo paesino dei Grigioni e i boss americani non perdono troppo tempo a farci riunioni per spiegargli che idea di museo hanno. A occhio, si aspettano che sia lui a dirglielo. E lui segue una “certa idea che gli viene nella mente”, se lo vogliamo dire fino: in altri termini, fa quel che gli pare; svolge, come si diceva a scuola, un tema libero. E inventa un mammozzo curvilineo lungo più di duecento metri che visto in pianta sembra un Arp, tutto circondato da vetrate trionfali con vista sul panorama californiano, un sacco di pavimenti (ho letto da qualche parte che si parla di 37mila metri quadri: per dire, quel po’ po’ di Musei Vaticani ne hanno 42mila, ma hanno anche settantamila opere, anche se a vetrate, diciamolo, sono un po’ scarsini), e, naturalmente, pochi muri.

Ohibò, nella classifica delle priorità il fatto che nei musei si maneggino delle robe da appendere alle pareti è stato evidentemente considerato un fatto accessorio e facoltativo, che poteva disturbare la passeggiata con vista sull’orizzonte: in compenso le pareti sono altissime, così che le rare opere che vi troveranno posto sembreranno francobolli appiccicati su un album di poche pagine, ma gigantesco.

Un po’ quello che lo Zumthor aveva già fatto alla Kunsthaus di Bregenz, un edificio invece perfettamente chiuso su se stesso, ma sviluppando tutto l’ambaradan in orizzontale, tanto tanto pavimento e tanto tanto cemento a vista. Sono andato a rileggermi il vecchio “Domus” di allora, 1997, e c’era scritto: “L’architettura estremamente pretenziosa di questo edificio sfida le opere d’arte che si avvicendano al suo interno”. Appunto.

Quando ti poni la questione di come verranno messe le collezioni permanenti a Los Angeles, scopri che saranno stivate dei depositi – che immagino lussuosi, peraltro – ed esposte solo come nervature di mostre temporanee. Dunque t’immagini, più che un museo-museo che svolga onoratamente e con qualità il proprio mestiere, il posto dove cazzeggiare in relax, sederti a meditare sulle sorti del mondo o sul perché la morosa ti ha mollato o come mai i Los Angeles Lakers non vincono più una cippa, dare un’occhiata a quegli strani decori in forma di quadri appesi qua e là, e, se ti metti dal lato giusto, goderti un fantasmagorico tramonto californiano. Un altro modo di occupare il tempo libero, più che altro: che poi passi davanti a dei Guido Reni o dei Buddha bronzei, è un di più accidentale. Magari aveva ragione Woody Allen, il maggior contributo di Los Angeles alla civiltà moderna è il permesso di svolta a sinistra, e sull’arte non stanno lì a perder tempo.

Da contadino rozzo, continuo a restare convinto che all’architetto che ti progetta la villetta lo dici tu come vuoi vivere, e se ti inventa un posto dove sono previste solo cene per gli ospiti e non puoi fare come ti pare lo mandi immantinente al diavolo. Ma questo è un museo, e pare che nessuno più sappia bene perché esista e a cosa diavolo serva. Dunque evviva Zumthor e le sue supervetrate. Per le opere d’arte, si prega di ripassare.

Ugo Nespolo. Fuori dal coro, Palazzo Reale, Milano, sino al 15 settembre 2019

Fuori dal coro significa anche, nella vicenda di Nespolo, esser stato uno degli snodi cruciali della neoavanguardia ma preoccupandosene il giusto, senza farne vessillo, e in seguito vivere una dimensione estranea allo chic con altrettanta souplesse: curioso, goloso del mondo, prolifico, divertito, non si è fatto passare per incendiario quindi vive senza la prospettiva di morire pompiere.

Nespolo, Condizionale, 1967

Nespolo, Condizionale, 1967

La mostra riporta alcune perle dei suoi debutti, lavori straordinari come Condizionale e Molotov, dà conto della sua adesione precocissima al clima Fluxus e del suo cinema d’avanguardia, del suo agire come lievito intelligente nel clima torinese che porterà all’arte povera.

Viene, poi, il popism dei puzzles in cui smonta argutamente sin da subito le ragioni della ricezione mitica di avanguardia e neoavanguardia, e la grande maturità che lo vede operoso nell’ambito vasto della comunicazione visiva e, perfetto erede di Depero, di quelle che un tempo si dicevano arti applicate ma che già si configurano in lui come la situazione fastosamente intermedia tra creatività pura e mondo delle cose.

Nespolo, Window Poem, 1984

Nespolo, Window Poem, 1984

Coltissimo, dotato d’un criticismo naturale e argutamente coltivato, Nespolo fa la sua dote migliore del non assumere mai pose da clerc della cultura alta, ma del suo seminare germi d’intelligenza con felice, facile dispendio.

Carlo Carrà, L’arte decorativa, Milano 1923

[…] Oggi la scultura è capace di tutto. Dalle figure colossali passa ai portafiammiferi, ai motivi da oreficeria. Del resto non bisogna credere che queste siano le sue peggiori degradazioni. [continua]

Description of the Collection of Ancient Marbles in the British Museum, with Engravings. Part XI, London, Woodfall and Kinder, & Longman and Co., 1861. Disegni di Henry Corbould

Plate XXXIV. Statue of Venus. A statue of Venus, naked, and larger than the size of life; similar in most respects to that usually called the Venus of the Capitol, various repetitions of which exist in the different collections of Europe. [continua]

Paris Romantique, Petit Palais e musée de la Vie romantique, Paris, sino al 15 settembre 2019

L’impresa di una grande mostra fatica a equilibrare un’epoca in se stessa enorme, in cui aspetti che di solito sarebbero contesto – vita civile, gusto, letteratura, musica, teatro – qui sono parte essenziale del testo stesso. [continua]

Sublime. Luce e paesaggio intorno a Giovanni Segantini, MASI, Lugano, sino al 10 novembre 2019

Il Trittico della natura di Segantini, frutto straordinario del progetto geniale e incompiuto del padiglione engadinese all’Expo del 1900, viene esposto a Lugano in un percorso che conduce da Turner a This Brunner, [continua]

Homer nach Antiken gezeichnet von Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. Mit Erläuterungen von Christian Gottlob Heyne, Göttingen, Heinrich Dieterich, 1801 [continua]

Giuseppe Uncini, MACTE, Termoli, sino al 12 gennaio 2020

Il longevo premio Termoli, attivo dal 1955, celebra anche la sua storia con questa personale di Uncini, maestro della scultura al tempo delle neoavanguardie degli anni Sessanta. [continua]

Etruschi maestri artigiani, Museo Archeologico Cerite e Necropoli della Banditaccia, Cerveteri, Museo Archeologico e Necropoli dei Monterozzi, Tarquinia, sino al 31 ottobre 2019

La prospettiva di lettura è intelligente e sfiziosa: leggere i materiali di due dei massimi centri dell’Etruria Meridionale, dunque la messe fitta di importazioni, imitazioni, derivazioni dalla Grecia, e di produzioni originali, dalla metallurgia al bucchero, come terreno di coltura di un livello produttivo altoartigianale, [continua]

Description of the Collection of Ancient Marbles in the British Museum; with engravings. Part IX. London: Printed by W. Nicol, 60, Pall-Mall. Sold at the British Museum; by Longman And Co.; Payne and Foss; and W. Pickering. 1842. Disegni di Henry Corbould

Plate VI. Canephora. [Height 7 ft. 7½ in. Old No. A 42. New No. 128.] [continua]

Siamo bambini viziati e marciti (Goncourt dixerunt), in “Il Giornale dell’Arte”, 397, Torino, maggio 2019

Uno rilegge Manette Salomon dei fratelli Goncourt – fa bene all’anima a prescindere, garantisco – e non può fare a meno di pensare ai nostri tempi: non tanto per constatare tutto quello che, è ovvio, non c’è più, ma sorprendendosi di quante cose, in un secolo e mezzo, non sono cambiate, o magari hanno dimenticato di evolversi. [continua]