Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo, Castello Estense, Ferrara, sino al 29 agosto 2021

Nei suoi ultimi anni – muore nel 1964 – Crema affida le sue memoria e un titolo desolato, Memorie inutili di un sopravvissuto. Sopravvive a due guerre mondiali, ma ha anche a che fare con un secolo del quale avverte tempestivamente la crisi dei valori: drammatica per lui, nato alla pittura, a inizio secolo, in seno al socialismo umanitario.

Giovanni Battista Crema, L’istoria dei ciechi dolorosa, 1904

Giovanni Battista Crema, L’istoria dei ciechi dolorosa, 1904

Artisticamente è un talentoso, che distilla un simbolismo in cui la tecnica divisa si esercita senza remore su un’adesione diretta e risentita al reale, anche se ciò che gli manca è un piglio più direttamente engagé, in pittura, per cui preferisce sempre cautele ed eleganze a qualsiasi scelta si configuri come oltranza stilistica o iconografica.

Appare ben presto come un attardato, come un buono e onesto mediatore di gusto, indifferente ad altro che non sia la trattazione del soggetto, sia che egli affronti i generi più correnti sia che s’inoltri nella sua non proclamata pittura di realtà, venata di un dolente pessimismo.

Giovanni Battista Crema, Secolo XX, 1935

Giovanni Battista Crema, Secolo XX, 1935

Un minore, dunque, ma di qualità, che solo nel secondo dopoguerra fa mostra di smarrire il bandolo di una matassa problematica che aveva per qualche decennio dipanato.

 

Olafur Eliasson. Life, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino a luglio 2021

Eliasson ha la capacità di sintetizzare questioni complesse con opere, prima di tutto, e non con discorsi concettosi “in luogo di”. Il padiglione, che già segnava una forte vocazione di scambio problematico tra interno ed esterno, è qui totalmente aperto, abitato da un pesaggio d’acque e vegetali la cui discontinuità con la natura circostante è resa dall’uso di uranina, un colorante a sua volta naturale, e dalle piante dalle molteplici suggestioni che lo abitano.

Eliasson, Life, 2021. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles © 2021 Olafur Eliasson Photo: Pati Grabowicz

Eliasson, Life, 2021. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles © 2021 Olafur Eliasson Photo: Pati Grabowicz

Egli ha creato cioè una situazione in se stessa vivente, di cui lo spettatore prende progressivamente coscienza di esser parte, di compiuta e non univoca complessità: e di tale complessità certi paradigmi culturali stessi, a cominciare dall’idée reçue della centralità e del primato dell’umano, sono materia e non spiegazione. Ci siamo noi, il nostro percepire, il nostro sapere, che è solo una parte, e neppure la primaria, dell’esperienza.

C’è la consapevolezza dei confini e delle discontinuità, dell’anomalia dell’evento, della sua idea diversa e non eludibile di totalità: “With Life, I work actively to create a space of coexistence among those involved in and affected by the exhibition – the art institution, my artwork, the visitors, other beings that join in, the trees and other plants in the park, the urban landscape that surrounds the museum, and beyond. Through collectively exploring the world we share, we can, I hope, make it livable for all species”.

Eliasson, Life, 2021. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles © 2021 Olafur Eliasson Photo: Pati Grabowicz

Eliasson, Life, 2021. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles © 2021 Olafur Eliasson Photo: Pati Grabowicz

E contano le luci, gli odori, i rumori, i cambi climatici, il tempo, i tuoi battiti cardiaci e la vita che è anche quella delle circa “due libbre di batteri” che “portiamo dentro il nostro corpo”.

Sergio Emery. Opere 1983 – 2003, Museo d’arte Mendrisio, sino al 4 luglio 2021

Emery è stato un artista sempre profondamente concentrato nell’auscultazione profonda della propria condizione affettiva, che per lui era ethos primario: così ha inteso sin dagli inizi il suo picassismo e il suo avvicinamento al naturalismo autre della “scuola lombarda” del secondo dopoguerra.

Emery, Superficie, 1993

Emery, Superficie, 1993

Ha rimuginato per decenni sul punto di transito e di contraddizione in cui la pittura perde ogni referenzialità, pur convenzionale, e si fa pienamente corpo pittorico equivalente al naturale, necessitato dalle proprie stesse movenze di crescita.

Quando, agli inizi degli anni ottanta, si avvia la sua stagione ultima non è quella di una maturità tarda, ma una sorta di condizione poetica infine liberata da ogni dover essere pittorico. Nascono opere straordinarie, svolte per cicli che s’affollano e non chiedono a se stessi un destino, men che meno un parti pris, ma solo una sorta di definitiva intensità.

Emery, Il mistero del quadro, 2001

Emery, Il mistero del quadro, 2001

Ecco che dunque nell’ultimo Emery il naturale si sottrae al mero dato sensibile e diventa piuttosto celebrazione intuìta della sostanza vivente, punto limite in cui agiscono riverberi profondi, simbologie oscure.

Venere alla seicentesca, in “Il Giornale dell’Arte”, 414, Torino, febbraio 2021

Questa volta l’hanno chiesta educatamente. Alla Venere di Arles, opera celebre nella collezione degli Antiques del Louvre, accade un fatto curioso e anomalo, in tempi in cui un bene culturale conservato in un museo è reclamato di solito (a ragione o a torto non importa) dagli antichi possessori con rabbia e revanscismo. [continua]

Nicola Samorì. Sfregi, Palazzo Fava, Bologna, sino al 25 luglio 2021

Giunge, per Samorì, il tempo della grande mostra, del mettere al fuoco tutta la carne dei suoi rimuginii pittorici: la carne, che è la sostanza della sua idea di pittura, sostanza della rappresentazione e sostanza del corpo pittorico. [continua]

Federico Faruffini. Io guardo ancora il cielo, Villa Borromeo d’Adda, Arcore, sino al 30 maggio 2021

Cresciuto, per il tramite di Giacomo Trecourt, nella nidiata migliore degli eredi del Piccio, Faruffini vive la stagione ansiosa d’una pittura che vorrebbe svicolare dalla tradizione accademica ben più di quanto in realtà sia in grado di fare, [continua]

Giacometti. Face to Face, Moderna Museet, Stockholm, sino al 30 maggio 2021

La mostra non è importante perché da un ventennio il grande scultore non godeva una mostra di questo livello in Svezia, ma perché è una mostra ampia, [continua]

Flaminio Gualdoni, Adriano Altamira, Un saggio e due interviste, Corraini, Mantova 2021

[…] Altamira adotta definitivamente uno schema operativo che appartiene alla storia dell’arte: non solo esso chiama latamente alla memoria una delle imprese più cospicue del secolo, il Bilderatlas Mnemosyne concepito da Aby Warburg, diffuso da narrazioni leggendarie ma peraltro edito per la prima volta solo nel 1994 (e il suo figlio minore e diverso, l’Atlas di Gerhard Richter) , [continua]

6 pittori a Milano. Omaggio a Enzo Spadon, Nuova Galleria Morone, Milano, dal 13 marzo 2021

Attivo dagli anni sessanta, Enzo Spadon è stato una figura cruciale dell’arte milanese: innamorato dell’arte e degli artisti, occhio fino e zero spocchia, generoso di sé e delle sue idee. [continua]

Henry Moore.  Il disegno dello scultore, Museo Novecento, Firenze, sino al 18 luglio 2021

La grande mostra Henry Moore al Belvedere di Firenze si inaugurò il 20 maggio 1972, e fu il primo grande evento di massa in Italia in cui fosse protagonista l’arte contemporanea, con tanto di cospicui ritorni mediatici. [continua]

Savinio. Incanto e mito, Palazzo Altemps, Roma, sino al 13 giugno 2021

Che Savinio e il fratello De Chirico avessero un rapporto particolare con l’antico, e più con i suoi riverberi mitici, è un fatto in cui gli aspetti biografici si confondono con gli umori culturali. In Savinio, poi, i riverberi sono plurimi, radianti tanto quanto vasta è la sua polypragmosyne. [continua]

Heinz Mack, Kunstpalast, Düsseldorf, sino al 30 maggio 2021

Mack e Otto Piene, padri del gruppo Zero tedesco, incrociano precocemente Manzoni e Castellani. Dallo studio al 69 di Gladbacher Straße, Düsseldorf le Dynamischen Strukturen di Mack e i Rasterbildern di Piene irradiano a fine anni cinquanta un’idea di monocromia, [continua]