Franco Fanelli. Voyage pittoresque, Colophonarte, Belluno, sino al 2 giugno 2012

Fanelli è un incisore che distilla che le proprie uscite pubbliche, assai rare, conferendo loro il senso di una sorta di segretezza violata, di uscita ritrosa dall’atelier.

Fanelli, Frankfurter Zoo, 2007

Fanelli, Frankfurter Zoo, 2007

Eppure è, tra coloro che praticano il bulino e l’acquaforte, un grandissimo. Non solo per la qualità tecnica dei fogli, che sarebbe il minimo. Ma soprattutto perché egli mai si concede alla retorica della difficoltà, dell’esibizione virtuosa. Ciò che gli sta a cuore è coltivare piuttosto il suo istinto pensoso e visionario, il rendere con umore tra settecentesco e modernissimo lo straniamento intellettuale ch’è anima possibile del senso.

Il Voyage pittoresque era quello dell’Abbé de Saint-Non, il quale scopriva il mondo classico come una sorta di mitico altrove possibile, ed effettivamente esistente. Fanelli ne fa un pretesto mentale, ché il suo viaggio contamina il motivo della Cinocefala, scimmia antropomorfa, e del classico: e la sua davvero potrebbe essere una descrizione di rovine e monumenti passati, ma d’una civiltà che un atlante non ancora trovato potrebbe rivelarci.

Fanelli, Orange II, 2011

Fanelli, Orange II, 2011

È un approccio coltissimo, il suo, elaborante intorno a una trama fitta d’umori e aromi che vanno dall’artistico allo scientifico, sempre con l’odore delle pagine d’antico repertorio a fare da retrogusto decisivo.

Ciò che ne esce è, appunto, uno déplacement della mente prima ancora che dell’occhio, una sorta di trascorrimento che annida le proprie lepidezze entro una visione potente, perché non si facciano blague e virgolettato ma ancora, comunque, pensiero pensato.

Sol LeWitt. Wall Drawings from 1968 to 2007, Centre Pompidou, Metz, sino al 29 luglio 2012

“The artists conceives and plans the wall drawing. It is realized by draftsmen, (the artist can act as his own draftsman.) The plan (written, spoken or a drawing) is interpreted by the draftsman”, scrive Sol LeWitt nel 1971.

LeWitt, Wall drawing #289

LeWitt, Wall drawing #289

Fondamentalmente il suo lavoro intorno alla parete disegnata è un ragionamento, nel quale importa soprattutto sceverare il rapporto tra idea e fatto concreto, tra discorso sulla cosa e cosa, al punto della loro perfetta, reciproca necessità.

L’artista vi giunge subito dopo l’apice della formulazione dell’arte concettuale, e nel rapporto problematico che s’instaura con le esperienze minimal. Rispetto all’ontologia fisica di Judd e compagni, il suo wall drawing aggiunge un grado ulteriore d’interrogazione: è disegno, dunque un grado minimo di oggettivazione ideale, ma si manifesta su una parete, facendosi a pieno titolo spazio del vedere e del vivere.

Implica una forte padronanza mentale, ma si affida a un’esecuzione che è, a pieno titolo, davvero interpretazione, perché cambia l’identità dell’esecutore e il luogo.

Sol LeWitt, Wall Drawing #879, 1998

Sol LeWitt, Wall Drawing #879, 1998

La mostra è una riproposizione importante, soprattutto per ampiezza e numero di opere messe in campo, e dice della grandezza asciutta di LeWitt, artista in genere più rispettato che amato.

“The plan exists as an idea but needs to be put into its optimum form. Ideas of wall drawings alone are contradictions of the idea of wall drawings. The explicit plan should accompany the finished wall drawing. They are of equal importance”, scrive ancora.

Chiuso nello studio, LeWitt ascoltava Bach e Steve Reich. C’è un perché.

Keith Haring: 1978-1982, Brooklin Museum, New York, sino all’8 luglio 2012

“It was completely wild. And we controlled it ourselves. There was the group of artists called Colab – Collaborative Projects – doing exhibitions in abandoned buildings. And there was the club scene – the Mudd Club and Club 57, at St. Mark’s Place, in the basement of a Polish church, which became our hangout, a clubhouse, where we could do whatever we wanted.

Haring, Untitled Journal Drawing, 1977

Haring, Untitled Journal Drawing, 1977

I organized a show at Club 57 for Frank Holliday and me. I bought a roll of oak-tag paper and cut it up and put it all over the floor and worked on this whole group of drawings. The first few were abstracts, but then these images started coming. They were humans and animals in different combinations”.

Giunto a New York nel 1978, il giovane Keith Haring si iscrive alla School of Visual Arts ma frequenta contemporaneamente la scena artistica alternativa dell’East Village fatta di musicisti, performers e writers, gli autori di graffiti murali nei quali qualcuno prende a riconoscere qualità espressive che lo stanco ambiente ufficiale non manifesta più.

La vera novità è il mondo della cultura hip hop e della street art, con le sue manifestazioni vernacolari tra pop e incolte, espressione energetica pura e spesso anonima di una creatività che non intende darsi luoghi e limiti, e soprattutto rifiuta, in questo momento, ogni omologazione da parte della cultura alta.

Haring, Untitled, 1980

Haring, Untitled, 1980

“I was becoming more and more involved in the underground art scene – racconta Haring – doing graffiti, and then I would use people’s studios and do paintings. It was one of the first times graffiti was being considered art, and there were shows. In the summer of 1980, Colab organized an exhibition of a lot of these artists in the Times Square Show. It was the first time the art world really paid attention to graffiti and to these other outsider artists”.

“The Times Square Show” è la mostra che rivela a un pubblico più vasto Haring e con lui Kenny Scharf e Jean-Michel Basquiat, triade di punta di una generazione che comprende una galassia mutevole di autori, della quale Haring rimane sempre il più lucidamente contaminante.

Les Belles Heures du duc de Berry, Louvre, sino al 25 giugno 2012

Fratello di Carlo V, Jean de Berry è uno dei grandi mecenati cui si devono le committenze maggiori tra la fine del Trecento e i primi del Quattrocento. [continua]

José Maria Sert. Le Titan à l’oeuvre, Petit Palais, Paris, sino al 5 agosto 2012

Nato ricco, adottato dalla Parigi cosmopolita, marito per qualche anno di quella Misia che è stata una vera regina dello snobismo eretico, Sert è stato, secondo Paul Claudel, “l’ultimo rappresentante della grande pittura”. [continua]

Yoga in museo, in “Il Giornale dell’Arte”, 318, Torino, marzo 2012

Quando li ho visti lì, con lo sguardo intento e quei movimenti concentrati e fluidi, non ci potevo credere. Erano un consesso di signore e signori che, sui loro tappetini regolamentari, stavano seguendo un corso di yoga. [continua]

Marco Tirelli, Ogni mattino di ogni giorno, in “La rivista bianca FMR”, 2, 2008

Ogni mattino di ogni giorno un pianista si siede su uno sgabello del suo pianoforte e ripete lo stesso passaggio, che aveva abbandonato, ormai esausto, la notte prima. [continua]

Francesca Woodman, Guggenheim Museum, New York, sino al 13 giugno 2012

Nata nel 1958 e scomparsa nel 1981, Woodman è uno dei rari, autentici autori in fotografia degli ultimi decenni del ‘900. [continua]

Mario Botta, Vivere l’architettura, Casagrande 2012

“Ricordo che quando stavano costruendo la carpenteria del tetto, provai una fortissima emozione osservando il sole penetrare la casa per l’ultima volta. [continua]

Tápies. Mynd, líkami, tregi, Reykjavik Art Museum, sino al 20 maggio 2012

Immagine, corpo, pathos sono le chiavi d’approccio di questa mostra sul Tápies della maturità, quando ossessivo diventa il suo ragionare pittoricamente, e non solo, di corpo. [continua]

Chuck Close Prints, Kunsthal, Rotterdam, sino al 20 maggio 2012

Close comincia nel 1972 a realizzare ritratti e contemporaneamente a esplorare le tecniche innovative di stampa generate in ambito pittorico e fotografico. [continua]

Sorolla. Giardini di luce, Palazzo dei Diamanti, Ferrara, sino al 17 giugno 2012

Il primo riconoscimento pubblico Joaquín Sorolla lo ottiene nel 1890, con un quadro intitolato Boulevard di Parigi. [continua]