Arte politicamente scorretta, in “Il Giornale dell’Arte”, 384, Torino, marzo 2018

Ogni tanto riciccia, giusto per stare in tema, un Beeldenstorm: che era la “tempesta delle immagini” scatenata nelle Fiandre nel 1566 dai riformati contro le figurazioni sacre nelle chiese cattoliche. Questa è più gentile, però, non prevede contadini armati di mazze (vabbé, quando i talebani censuravano “vigorosamente” i Buddha di Bamiyan o i santuari islamici di Timbuctù aprendo la strada alle imprese artistiche dell’Isis facevano la stessa cosa: ma loro erano incivili e noi no, chissà perché) bensì un rituale tutto bon ton e minuetti politicamente corretti perché convinti apprescindere d’esser nel giusto.

Waterhouse, Hylas and the Nymphs, 1896

Waterhouse, Hylas and the Nymphs, 1896

Dunque in sintesi la faccenda è questa. Immemore della vandalizzazione della Venere allo specchio di Velázquez  attuata nel 1914 da Mary Richardson, suffragetta che aggredì a colpi di mannaia il dipinto perché considerava insano “il modo in cui i visitatori maschi se ne stavano lì tutto il giorno a bocca aperta” a guardarla, e burocratizzando in perfetto stile “non ho capito una cippa ma leggo i social” il chiacchiericcio intorno a Weinstein e affini, al museo di Manchester una tale Clare Gannaway, solerte curatrice per insufficienza di prove,  ha deciso di far rimuovere un dipinto di Waterhouse con ninfe al bagno e di aprire un dibbattito (di quelli con due b) tra visitatori e sfaccendati social vari a proposito della retorica della nudità femminile.

È storia  non nuova. Le Guerrilla Girls già nel lontano 1989 facevano notare in un celebre statement come al Metropolitan di New York solo il 5 per cento degli espositori fossero di sesso femminile, ma l’85% dei nudi esposti raffigurassero soggetti femminili, concludendo che una donna per entrare al museo deve essere nuda. Ispirata da loro, oppure da gente tosta del passato come Valie Export e compagne, questa qui si è detta che si potevano riscattare quarantamila anni di sguardi concupiscenti di maschi – più o meno è l’età che si dice abbia la Venere paleolitica di Hohle Fels conservata a Francoforte: che poi magari l’ha scolpita una donna, ma qui siamo nel campo delle cento pertiche… – a colpi di post digitali e post it indignati attaccati alle pareti del museo. Che poi il concupiscere medesimo sia una componente atavica dello sguardo umano ambosessi, altrimenti non inventavamo l’idea di bellezza e ci estinguevamo in un paio di generazioni e chiusa lì, e che gentaglia come Platone abbia spiegato cose sull’Afrodite Urania e sulla Pandemia, compreso che è ella stessa a generare quel pisellone di Priapo, qualcosa vorrà pur dire, anche se i social non lo raccontano e miss Clare neanche sa di cosa si stia parlando.

Tant’è. Un paio d’anni fa in America andava di moda prendersela con i monumenti a quel fascista di Italo Balbo e poi, puntando al bersaglio grosso, a quel colonizzatore imperialista di Cristoforo Colombo, con tanto di sindaco di New York che ha chiesto una mappatura di tutti i monumenti che – a parte la loro bruttezza, che io considero la giusta causa per abbatterli – possano “istigare all’odio, alla divisione, al razzismo e all’antisemitismo”. Se la mettiamo così, tutte le volte che uno passa per piazza Cadorna o per foro Bonaparte dovrebbero girargli molto i cabasisi a veder celebrati dei cultori professionali della carneficina. E a ben vedere anche Romolo era un fratricida e un rapitore di donne sabine, ed Enea uno che ha sedotto e abbandonato Didone come un playboy da strapazzo: altro che Weinstein, per dire.

Poi è tornata prepotente in auge la questione delle cose censurabili e censurande nel web, e se la son presa con la solita foto della bambina Kim Phúc colpevole di scappare nuda da un villaggio vietnamita passato al napalm. E ci si aspetta che tra poco tocchi a tutti i putti dipinti e scolpiti col sederino al vento.

In attesa che qualcuno decida di moralizzare la mitologia come ai tempi dei preti che riscrivevano Ovidio edulcorandone le storie, che son tutte una faccenda di accoppiamenti zoofili, divinità sporcaccione e variamente abusanti (a proposito, la mamma di Romolo e Remo viene stuprata da Marte, altra vicenda che fa concludere che l’italica stirpe è partita mica bene), e che un soprassalto paleomarxista come quelli d’antan condanni le piramidi perché le han costruite degli schiavi, per di più di colore, e le grandi cattedrali perché ci lavoravano dei poveracci senza minimo salariale garantito (mica tanto tempo fa è anche saltato fuori che la Sagrada Familia di Gaudì non era a posto con le autorizzazioni edilizie…), epuri dai musei assassini e delinquenti vari, Caravaggio in testa, e chiuda la cappella degli Scrovegni perché pagata con i soldi di un usuraio, siamo nella stagione del classico dei classici, il nudo femminile.

Quando qualcuno come miss Clare, leggendo almeno qualche libro, scopre cosa facevano alle modelle quelli come il pedofilo colonialista Gauguin, gli inseminatori seriali Klimt e Freud e brutta gente come Schiele o quel puttaniere di Giacometti (che per di più nelle foto è sempre lì che fuma, l’infame), per non dire di Balthus, sul quale pende una condanna per pedofilia gratuita ma ormai passata nel giudicato webbarolo, son dolori.

Almeno il grande scrittore Luigi Meneghello aveva provveduto subito a pararsi dalle future accuse. Nel suo geniale Pomo pero, dedicato al dialetto nativo di Malo, scrive: “Si discute un po’ sulla natura delle donne. Il  più  taciturno  dei  nostri  mediatori  assiste  imbronciato. Gli  chiedono il suo parere. Lo enuncia: Le done dio-can gussarle”. Ma poi aggiunge subito, per par condicio, la replica: “E i òmeni dio-can taiàrghelo”. Non serve traduzione.

Claudio Verna. Colore come assoluto, MAG, Riva del Garda, sino al 10 giugno 2018

Verna è uno degli esponenti più autorevoli della vicenda chiamata pittura analitica, in cui ora è possibile verificare più la qualità e il profilo delle singole posizioni che la pertinenza generale a un assunto unitario.

Verna, Dittico, 1968

Verna, Dittico, 1968

Egli nasce da un astrarre lirico di matrice autre, il che lo fa attento a non ridurre il proprio rapporto con il dipingere e con il colore a una mera ostensione fisica e quantitativa di dati oggettivi. C’è sempre altro, nel suo rivolgersi a un’economia cromatica ridotta a strutturazioni elementari e a singole dominanti.

Certo, ora il colore enuncia se stesso e la pluralità di caratteri che può assumere, ma l’idea storica del rettangolo visivo come spazio di esperienze sovranamente ambigue, in cui comunque domini un’implicazione pienamente espressiva, un tempo si sarebbe detta appunto lyrique, è dato non impertinente, anzi distillato e potenziato, posto al centro senza remore.

Verna, A 59, 1971

Verna, A 59, 1971

Non è, la sua di quegli anni – e ben lo dimostrano i suoi sviluppi successivi – una posizione di desensibilizzazione estetica, un rimontare esclusivo alle grammatiche primarie, ma una deretorizzazione ultimativa dei fattori accessori al pittorico puro perché meglio se ne espanda l’intimo animo di un pensare pittura certo e pieno di se stesso, orgoglioso delle “piccole differenze”, decisive, che lo rendono necessario.

Mario Botta. Spazio sacro, Pinacoteca Casa Rusca, Locarno, sino al 12 agosto 2018

“Attraverso gli edifici di culto ho l’impressione di aver individuato le radici profonde dell’architettura stessa. I concetti di gravità, di soglia e di luce come generatrice dello spazio, il gioco delle proporzioni e l’andamento ritmico degli elementi costruttivi, fanno riscoprire all’architetto le ragioni primarie, di matrice in qualche modo sacra, dell’architettura stessa”.

Botta, Chiesa di San Giovanni Battista, Mogno, 1986-1998

Botta, Chiesa di San Giovanni Battista, Mogno, 1986-1998

Così Mario Botta, la cui tensione inventiva sorgiva è stata, attraverso la deretorizzazione definitiva delle componenti stylées del fare architettonico, ritrovare e delineare le condizioni prime del fare luogo, del fondare uno spazio che si armonizzi alle condizioni della comunità di cui è epicentro e insieme affermi, per ragione essenziale, la propria alterità.

I ventidue edifici documentati interrogano, appunto, il sacro, che è anche tradizione del sacro stesso, nelle sue componenti liturgiche e confessionali – Botta ha edificato per religioni diverse senza mutare nella sostanza profonda d’approccio problematico – ma, più, in quelle che ne qualificano la straniata eminenza e l’anomalia qualificante.

Botta, Sinagoga Cymbalista e Centro dell'eredità ebraica, Tel Aviv, 1996-1998

Botta, Sinagoga Cymbalista e Centro dell’eredità ebraica, Tel Aviv, 1996-1998

Sono architetture intimamente belle. Perché non applicano un paradigma di bellezza normativa, ma perché criticamente e autocriticamente ne delucidano ogni volta gli statuti e i concreti possibili. Annota Chillida, che per molti versi considero di Botta fratello nello spirito: “non ho mai cercato la bellezza. Ma se si fanno le cose come devono essere fatte, le bellezza può manifestarsi in loro”.

No English no bando, in “Il Giornale dell’Arte”, 383, Torino, febbraio 2018

Quando si capita nel sito di una roba che si chiama, con perfetta allure nostalgico-ministeriale, Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, che è un pezzo dell’ancor più composito Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, [continua]

Delacroix (1798–1863), Louvre, Paris, sino al 23 luglio 2018

Eugène Delacroix esordisce al Salon del 1822, tre anni dopo Le radeau de la Méduse di Géricault, e ne vuole proseguire il progetto di  “salvare la pittura di storia, la grande pittura, [continua]

Davide Baroggi. ANIMA(LI), Galleria Monopoli, Milano, sino al 30 aprile 2018

Da tre lustri Davide Baroggi, classe 1974, segue le vie eccentriche, ma esistenzialmente necessarie, di una “rage de l’expression” senz’alcuna mediazione cólta, [continua]

La macchina sparaenunciati, in “Il Giornale dell’Arte”, 382, Torino, gennaio 2018

A un certo punto abbiamo deciso che fare l’artista era una faccenda definitivamente intellettuale, che un enunciato scritto valeva tanto quanto un lavoro da vedere, e dunque tutti giù duri con gli statements. [continua]

Pastels du 16e au 21e siècle, Fondation de l’Hermitage, Lausanne, sino al 21 maggio 2018

Si comincia con gli albori della tecnica, segnatamente con Barocci, si passa all’età aurea di Carriera, Liotard, La Tour, Perronneau e si giunge ai fasti impressionisti, che trovano in questa materia polverosa e morbida un medium perfetto, [continua]

Alessandro Algardi. Aufĕro, Galleria Clivio, Milano, 15 marzo – 10 maggio 2018

Il grande poema, Racconto evanescente, Novellare. La vasta trilogia recente con cui Alessandro Algardi si presenta riporta all’essenza sovranamente, lucidamente ambigua del suo lavoro. [continua]

Mary Cassatt. Une impressionniste américaine à Paris, Musée Jacquemart-André, Paris, sino al 23 luglio 2018

Americana della Pennsylvania, Cassatt nasce in una famiglia abbiente e considera la frequentazione assidua dell’Europa una sorta di obbligo sociale. [continua]

Matteo Negri. Immersioni, forse sovversioni, in Greetings from Mars, MAC, Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (Silvana editoriale, Cinisello Balsamo), 3 marzo – 15 aprile 2018

Matteo Negri va costruendo da tempo, per vie felicemente non lineari, una sottrazione definitiva della pratica d’arte dalle sue componenti normative – cioè dall’apparato stratificato dei suoi troppi dover essere – [continua]

John Ruskin. Le pietre di Venezia, Palazzo Ducale, Venezia, sino al 10 giugno 2018

Ruskin inizia a pubblicare The Stones of Venice nel 1851, lo stesso anno della grande esposizione universale di Londra, come per una coincidenza programmatica e potentemente simmetrica. [continua]