Modern Times: American Art 1910–1950, Philadelphia Museum of Art, sino al 3 settembre 2018

Il tempo che intercorre tra Pertaining to Yachts and Yachting di Sheeler e Something on the Eight Ball di Davis, 1922 e 1954, è quello che racchiude lo sforzo colossale in cui l’arte americana si vuole e si dice americana, dopo lo shock dell’Armory Show e mentre le città maggiori della nazione si stanno dotando con rapidità ed efficienza straordinarie di un compiuto, potente apparato istituzionale.

Sheeler, Pertaining to Yachts and Yachting, 1922

Sheeler, Pertaining to Yachts and Yachting, 1922

Ricostruire partitamente quell’epoca è anche lumeggiarne la pluralità straordinaria: l’intrecciarsi delle identità diverse, la questione afroamericana montante con autori come Horace Pippin, la scuola dello sguardo del cinema e della fotografia – e il contributo colossale di Stieglitz non è ancora delineato nella sua intierezza – e i rapporti con la musica, che qui e ora è il jazz. E molto altro.

Vi si legge, soprattutto, la divaricazione che si fa pressoché immediata tra il mondo rurale, che si dota delle sue epopee, e quello metropolitano, della città “abietta e opulenta” che Bernard Fay nel 1929 sintetizza come “una città di rettangoli, dura e brillante, il centro di una vita intensa che essa espande in ogni direzione”.

Stuart Davis, Something on the Eight Ball, 1954

Stuart Davis, Something on the Eight Ball, 1954

Poi, appunto, si verifica il passaggio cruciale di Davis, il suo popism formalmente ancora nutrito di modelli europei ma che in cuor suo è già pronto all’oltranza delle generazioni nuove, quelle descritte magistralmente da Serge Guilbaut in How New York Stole the Idea of Modern Art.

Oki Sato. Nendo, in “Fragile”, 1, Milano, 2018

Oki Sato ha aperto Nendo nel 2002 a Tokyo e tre anni dopo a Milano. È un autore che non pensa materia (è vero, nendo si traduce argilla, ma per la sua capacità essenziale di prender forma, tutte le forme) ma che concepisce cose e situazioni come disegni che si solidificano nello spazio mantenendo aperta, variabile, radiante la loro capacità di modificarsi e modificare.

Nendo, Invisible outlines

Nendo, Invisible outlines

Ragiona e fa. Come un calligrafo minimalista lavora sui margini essenziali d’una forma mai decisa, anzi sempre in bilico tra precisione micidiale e collasso, tra puro apparire e farsi pienamente spazio, e spesso funzione. Oki Sato concepisce cose che sprigionano idee dichiarando la propria ratio generatrice, facendone anche spettacolo, ma non solo per gli occhi.

Non pensa materie ma tocca materiali, assumendone le caratteristiche senza farne ideologia, piuttosto ripensandone criticamente e inventivamente la funzione attraverso un vaglio inventivo complesso, che si concede ampi margini di poesia.

Il meccanismo era già chiarissimo nell’opera sua forse più celebre, The Cabbage Chair, 2007. Un rotolo di carta plissettata nello studio di Issey Miyake innesca un riconoscimento autre del materiale e una metamorfosi dell’idea: le pieghe si schiudono come un cavolfiore e il rotolo, poggiato a terra verticale, diventa una seduta. Ciò che Oki Sato mette in gioco è la processualità, l’analisi intuitiva e critica di tutti gli spazi in between rispetto ai termini saputi: “Il punto non è creare cose ma trovare idee”, dice.

Nendo, Fadeout chair

Nendo, Fadeout chair

L’in between principale, quello in cui più gli è possibile orientare il processo, è il rapporto tra le cose – e le funzioni relative – e la loro rappresentazione mentale, autentica generatrice di definizioni e di aspettativa. Se tale precognizione viene aggirata, posta in scacco, dissolta con atti criticamente vivi, la formatività fisica nello spazio si configura, anche e comunque, come un disegno mentale, con un grado di blankness che ne impronta la fisiologia tutta.

E comunque su Fadeout-chiar, 2009, che contraddice gentilmente la nostra idea di poggiare saldamente a terra, ci si siede e si sta pure comodi.

Grant Wood: American Gothic and Other Fables, Whitney, New York, sino al 10 giugno 2018

Grant Wood non ha la grandezza compiuta di Hopper, ma l’opera più “americana” del XX secolo è il suo American Gothic, 1930.

Wood, American Gothic, 1930

Wood, American Gothic, 1930

Le radici del suo lavoro sono, stilisticamente, tutte europee, dall’evidente innamoramento parigino per il Doganiere Rousseau alla folgorazione per la Neue Sachlichkeit che lo coglie nel soggiorno a Monaco. Soprattutto questa seconda poggiatura nutre il suo lavoro di una tensione verso la mimesi discrepante, verso forme di trascorrimento visionario che caratterizzano il suo realismo per altri versi diretto, iconograficamente orgoglioso.

Sulle sue immagini, a partire dalla più celebre, alita uno straniamento metafisico che sottrae ovvietà tanto quanto accelera suggestioni profonde e diverse, per cui il suo Regionalismo che celebra i grandi valori rurali del Midwest come simboli della sua “Revolt Against the City” – così il suo celebre saggio del 1935 – e del “truly American spirit” è tutt’altro che appiattito sulla rappresentazione icastica e anzi accelerato sul piano dell’essenzialità stilistica.

Wood, Death on the Ridge Road, 1935

Wood, Death on the Ridge Road, 1935

Wood non ha mai l’enfasi epica di un Benton, ma tesse una trama enigmatica e spesso reticente di segni che dimostrano una consapevolezza formale alta e sofisticata, resa disponibile al disvelamento di quello che è per lui il grande equivoco dell’America tra le due guerre: la via maestra è per lui non svincolarsi dalla cultura europea superandola sul suo campo, come avverrà nella scena newyorkese, ma rivendicare un diverso fondato sistema valoriale, l’ideologia del mondo rurale e del suo spirito comunitario: al quale egli offre, dato assai poco noto, anche il proprio talento di decoratore e interprete delle arti applicate perché si possa edificare in concreto un compiuto way of life.

Foujita. Peindre dans les années folles, Musée Maillol, Paris, sino al 15 luglio 2018

Tsuguharu Foujita, giapponese figlio d’un generale, è a Parigi nel 1913, e subito diviene una figura cruciale di Montparnasse. [continua]

Diavolo di un papa, in “Il Giornale dell’Arte”, 384, Torino, marzo 2018

Leggere le faccende dell’arte spesso è un po’ noioso, dal momento che il repertorio di quelli che i francesi chiamano i “parti pris”, traducibili variamente con pregiudizio, [continua]

Ugo Nespolo: il trionfo dei libri, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, sino al 25 maggio 2018

Nespolo, artista dai talenti proliferanti che pratica, goloso e arguto, discipline antiche e nuovissime dell’arte, ha una passione radicata e costante che lo segue da tutta la vita, quella per l’arte del libro. [continua]

Enrico Sturani, Fascismo di calcestruzzo, Barbieri, 2018

Tra i numerosi racconti possibili della storia, quello scelto da Enrico Sturani, da decenni collezionista e studioso geniale e pensante di cartoline, ha il vantaggio di operare su un’iconografia, [continua]

Like Life: Sculpture, Color, and the Body (1300–Now), Met Breuer, New York, sino al 22 luglio 2018

Qui non è questione di rappresentazione, ma di effettiva duplicazione, di raddoppiamento. È il punto di scambio per eccellenza tra vita vivente e rappresentazione stabilita dall’arte, [continua]

Arte politicamente scorretta, in “Il Giornale dell’Arte”, 384, Torino, marzo 2018

Ogni tanto riciccia, giusto per stare in tema, un Beeldenstorm: che era la “tempesta delle immagini” scatenata nelle Fiandre nel 1566 dai riformati contro le figurazioni sacre nelle chiese cattoliche. [continua]

Claudio Verna. Colore come assoluto, MAG, Riva del Garda, sino al 10 giugno 2018

Verna è uno degli esponenti più autorevoli della vicenda chiamata pittura analitica, in cui ora è possibile verificare più la qualità e il profilo delle singole posizioni che la pertinenza generale a un assunto unitario. [continua]

Mario Botta. Spazio sacro, Pinacoteca Casa Rusca, Locarno, sino al 12 agosto 2018

“Attraverso gli edifici di culto ho l’impressione di aver individuato le radici profonde dell’architettura stessa. I concetti di gravità, di soglia e di luce come generatrice dello spazio, il gioco delle proporzioni e l’andamento ritmico degli elementi costruttivi, fanno riscoprire all’architetto le ragioni primarie, di matrice in qualche modo sacra, dell’architettura stessa”. [continua]

No English no bando, in “Il Giornale dell’Arte”, 383, Torino, febbraio 2018

Quando si capita nel sito di una roba che si chiama, con perfetta allure nostalgico-ministeriale, Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, che è un pezzo dell’ancor più composito Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, [continua]